18 Novembre 2017
RSS Facebook
Martedì, 22 Agosto 2017 10:59

Morti a terra in mondovisione, diritto di cronaca o lotta al click selvaggio? In evidenza

Venerdì mattina ci siamo svegliati in una nuova Europa: quella del “Je suis Barcelona”

Scritto da  Michela Belli
Vota questo articolo
(3 Voti)

 

Il video che ritraeva i cadaveri delle vittime rivolte sulla Rambla è stato immediato. In questo modo, per alcuni, siamo stati testimoni oculari di quel che accaduto, siamo stati a Barcellona nel medesimo istante in cui, il meschino atto terroristico, metteva, ancora una volta, in ginocchio la nostra società. Per altri, il video e il suo scalpore in rete, a tratti, più forte dell’attacco stesso, è stato una eco di gloria per il kamikaze.

La ciliegina sulla torta del suo odio. Come sempre accade, il web si è diviso. Anche in un momento di profondo cordoglio come quello dello scorso venerdì, siamo stati incapaci di restare uniti. Quel video, è tutto ciò di cui si parla. Non della lucida follia con la quale ormai è impossibile predire dove, quando e perché un kamikaze colpirà. Non delle reali ragioni per cui oggi e chissà per quanto, noi e i nostri figli dovremmo imparare a convivere con l’idea di una morte folle, violenta e ingiusta che può sfiorarci o travolgerci come nella più rischiosa delle roulette, così senza sapere perché. Morire perché si è andati ad un concerto, morire perché si è andati in vacanza, morire perché è Natale e, da tradizione, ci sono i mercatini. Morire perché si è cristiani, ma anche, morire perché si è musulmani, si è scelto di vivere in Occidente e, quel giorno, cammini sulla strada sbagliata.

Tutto questo è passato in secondo piano lo scorso venerdì, quando tutti ci siamo trovati quel video sul cellulare. Viene da chiedersi allora, quale sia il reale confine tra il diritto di cronaca a raccontare cosa accade nel mondo e l’ennesima caccia al click, a quel like che ti regala un follower in più, che ti allontana, un passo più in là dal reale problema: che non è vero, non sempre almeno, che parlare è la via giusta. Non quando parlare significa fare propaganda inconsapevole alla follia omicida di assassini senza scrupoli e, facciamocene una ragione, senza fede alcuna. Navigando in rete, ma più esattamente su facebook, è fin troppo facile imbattersi in citazioni mistificate che vanno dal Corano alla Fallaci, colpevoli di generare odio che si va a sommare all’odio, ma che non danno delucidazione alcuna.

E allora forse, varrebbe la pena di decidere di limitare le pubblicazioni su facebook e twitter, con strumenti seri senza poi inneggiare alla censura, perché l’informazione venga lasciata ai quotidiani e a chi, dell’informazione, fa un mestiere con tanto di deontologia che un like su facebook non intacca. Certo, per far questo, bisognerebbe ricostruire un rapporto di fiducia con la professione del giornalista, con la carta stampata e con gli organi di informazione, tutti. Bisognerebbe ricostruire un rapporto che ormai è perso, distrutto sotto le macerie di teorie complottiste in ogni ambito della nostra vita dal vaccino a wikileaks e simili, secondo cui, tutti ci mentono allo scopo unico di lucrare sulla nostra vita e sulla nostra ignoranza e non capiamo che questo ci rende infinitamente deboli. Siamo costantemente divisi.

Un fronte troppo grande e troppo facile da colpire. In ogni incrinatura, in ogni crepa della fiducia che abbiamo nelle nostre società, noi apriamo un varco ad un kamikaze. Ogni volta che diciamo Je suis Barcelona, ma no Je suis Burkina Faso (dove lo scorso 14 agosto c’è stato un attacco terroristico, che su facebook non ha lasciato traccia) relegando anche l’empatia ad un discorso di provenienza geografica, generiamo odio che nutre il terrorismo. Ogni volta che incontriamo un musulmano e lo guardiamo con sospetto, scaviamo un solco sempre più profondo, un solco che sarà colmato dal terrore e non dall’amore. Ogni volta che pubblichiamo video di un attentato in rete, cavalchiamo l’onda di pancia della rabbia e, non solo, non dimostriamo alcuna pietà o rispetto per i morti, ma facciamo il gioco dei terroristi che ci vogliono chiusi come ratti in trappola a temere di uscire allo scoperto per non essere ammazzati e noi, invece, abbiamo il dovere di vivere perché solo la scelta di vivere e di farlo in libertà e per la libertà può portarci alla vittoria.

Letto 383 volte

UltimeLeggi le altre notizie notizie

Pippo del Bono al teatro Bellini: Il Vangelo

06 Novembre 2017
Pippo del Bono al teatro Bellini: Il Vangelo

Se un giorno tua madre, fervente cattolica, a pochi giorni dalla sua morte ti chiedesse di scrivere uno spettacolo sul “Vangelo” e tu, affermato autore, regista, attore, ateo o forse Buddista vorresti accontentarla,...

WEINSTEIN VA IN REHAB

16 Ottobre 2017
WEINSTEIN VA IN REHAB

#quellavoltache lo stupratore seriale andò in riabilitazione per dipendenza sessuale e, il caso fu bello e chiuso.

ILeggi le altre notizie nostri Partners

BannerLeggi le altre notizie AD Sense