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Mercoledì, 24 Agosto 2016 13:07

Terremoto, 2 anni fa l'Università di Siena prevedeva scosse in appennino centrale, anche Norcia tra i possibili luoghi a rischio In evidenza

Nel 2014 arrivò il suggerimento del Gruppo Di Ricerca Dell'università Di Siena: “la carta di pericolosità sismica attualmente in vigore sottovaluta il rischio”, il metodo statistico di previsione non è attendibile, c’è bisogno dell’approccio deterministico. Prossimi probabili eventi sismici nell'appennino centro-settentironale

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RISCHIO SISMICO IN ITALIA: Il Dipartimento della Protezione Civile ha stanziato alcuni milioni di euro per finanziare ricerche su questa tematica. Purtroppo, la strategia di previsione sugli eventi sismici adottata nel nostro paese, si basa su un approccio statistico cosa che suscita molta preoccupazione in alcune scuole scientifiche nazionali ed internazionali perché ritenuta inefficace per la difesa dai terremoti in Italia.

Vi proponiamo alcuni stralci di un’intevista al Prof.Enzo Mantovani (docente di Fisica Terrestre presso il Dipartimento di Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Siena) esperto di sismotettonica, alla redazione di meteoweb nel 2014:

"La carta di pericolosità sismica attualmente in vigore in Italia può implicare significative sottovalutazioni degli effetti attesi da un terremoto, in quanto è stata elaborata con una metodologia statistica basata su presupposti irrealistici, non compatibili con il comportamento della sismicità reale. In particolare, risulta erronea l’assunzione che i terremoti siano eventi casuali e indipendenti e che le caratteristiche della storia sismica conosciuta (qualche secolo) si ripeteranno nel futuro.

L’approccio deterministico, adottato dal nostro gruppo di ricerca che si basa sulla storia sismica dell’Appennino, indica in modo molto convincente che la distribuzione dei terremoti forti è strettamente connessa con lo sviluppo dei processi tettonici in atto, in netto contrasto con le assunzioni della metodologia sopra citata.

Prevedere il luogo e il tempo preciso di una scossa sismica non è attualmente possibile. Al di là di questo obiettivo ancora irraggiungibile, vengono fatti vari tentativi di acquisire informazioni su alcuni aspetti della possibile attività sismica futura nel medio termine. Il più frequentato di questi tentativi è il riconoscimento delle zone più esposte alle prossime scosse forti. La possibilità che questo tipo di indagine possa dare risultati di soddisfacente attendibilità va considerata con molta attenzione, perché l’informazione risultante potrebbe agevolare la strategia di difesa dai terremoti in Italia. Siccome i terremoti sono causati dalla progressiva deformazione e fratturazione delle rocce, l’unico modo per tentare una previsione sulla localizzazione delle prossime scosse forti in un determinato contesto tettonico-strutturale è acquisire una dettagliata conoscenza dei processi deformativi in atto e della loro connessione con l’attività sismica. Lo studio dell’assetto tettonico di una zona è una cosa molto complessa che richiede l’analisi di una quantità enorme di dati acquisisti con tutte le tecniche delle Scienze della Terra. Il nostro gruppo di ricerca ha svolto questo tipo di indagine per oltre 40 anni, ottenendo una ricostruzione estremamente dettagliata del quadro geodinamico e tettonico nell’area mediterranea.

Ogni terremoto forte induce una perturbazione del campo di deformazione, la quale si propaga poi nelle zone circostanti. Quando questa perturbazione raggiunge, con ampiezza sufficiente, un sistema di faglie (superfici di frattura) può provocare qualche assestamento che avvicina una o più faglie alla rottura. Nel caso estremo in cui una delle faglie presenti si trovi in prossimità del cedimento, la perturbazione in arrivo, anche se piccola, può far scattare uno scorrimento più o meno lungo (da pochi cm a qualche metro), che causa un terremoto di magnitudo (M) più o meno elevata. Per capire come questo fenomeno può avere influenzato la distribuzione spazio-temporale dei terremoti passati nell’area mediterranea centrale sono state fatte lunghe indagini, che hanno permesso di riconoscere alcune caratteristiche molto interessanti e soprattutto utili come possibili strumenti di previsione. In particolare, è emerso che l’attività sismica forte di alcune zone può condizionare la sismicità di altre zone tettonicamente connesse con le prime. Di questo fenomeno sono stati finora individuati due esempi molto significativi (Mantovani et alii, 2012, 2013). Il primo riguarda l’Appennino meridionale, la cui sismicità sembra essere molto sensibile alle crisi sismiche che avvengono lungo il margine opposto dell’Adriatico, nella zona dell’Albania-Montenegro, situata nella parte meridionale della catena dinarica Questa interdipendenza tra sorgenti sismiche è fortemente favorita dal particolare assetto tettonico-strutturale della zona adriatica meridionale e delle catene adiacenti.

L’esempio più recente ed evidente di questo dialogo a distanza tra sorgenti sismiche si è verificato quando il fortissimo terremoto (M = 7) avvenuto nel 1979 nella zona del Montenegro è stato seguito dopo circa un anno e mezzo dalla scossa dell’Irpinia del 1980 (M = 6.7). La possibile connessione tra le due scosse è avvalorata dal fatto che quantificando, con procedure analitiche, la perturbazione innescata dal terremoto del 1979 risulta che la massima ampiezza di questo effetto ha raggiunto l’Irpinia in ottima corrispondenza temporale con la scossa del 1980.

Un altro notevole vantaggio offerto dall’approccio deterministico sopra citato è che nel caso si verificasse nuovamente un terremoto forte nella zona dinarica, esisterebbe ora la possibilità di monitorare lo sviluppo della perturbazione innescata da tale evento, per esempio utilizzando la fitta rete geodetica GPS attualmente disponibile nel territorio italiano. In particolare, questo tipo di osservazioni potrebbe consentire di valutare con discreta precisione il momento in cui la probabilità di forti scosse è prossima a raggiungere i massimi valori. Una correlazione analoga a quella sopra discussa è stata riconosciuta tra i terremoti forti della Calabria e quelli del settore ellenico antistante

Per riuscire a definire una scala di priorità a scala nazionale, è necessario cercare di individuare altri possibili strumenti di previsione, ricavati dallo studio della sismicità passata nell’ambito del contesto tettonico del Mediterraneo centrale.

Indagini fatte in questa direzione suggeriscono che questo problema potrebbe trovare una soluzione sfruttando il fatto che l’attività tettonica e la relativa sismicità nelle zone periadriatiche è strettamente connessa con il progressivo avanzamento circa verso nord della placca adriatica Questo blocco, sollecitato dalle placche confinanti, cerca di spostarsi circa verso nord, ma per fare questo spostamento deve riuscire a svincolarsi dalle strutture orogeniche che lo circondano, attivando i sistemi di faglie dislocate lungo i suoi bordi laterali, sia sul lato orientale (ellenico-dinarico) che su quello occidentale, più o meno coincidente con la catena appenninica. Questo suggerisce che il modo in cui i terremoti più intensi si sono distribuiti in un certo periodo può fortemente condizionare la localizzazione della zona dove è più probabile che avvenga lo sviluppo successivo della sismicità.. Comunque, l’aspetto più interessante è che le fasi sismiche nelle varie zone presentano una chiara tendenza a migrare da sud a nord, sia lungo il bordo orientale (Ellenidi e Dinaridi) che quello occidentale (Calabria e Appennino) fino a raggiungere il fronte settentrionale di Adria nell’Arco Alpino.

Un’elevata attività sismica minore indica che la zona coinvolta è attualmente sollecitata e sta di conseguenza subendo una deformazione, a cui la struttura reagisce con tanti microcedimenti lungo le faglie presenti. Per esempio, potrebbe essere che l’attività minore attuale sia legata ad uno scorrimento lungo un segmento di faglia, che termina poi contro un ostacolo strutturale, capace di bloccare l’ulteriore slittamento faglia. Quindi dopo un periodo di notevole attività minore la sismicità potrebbe esaurirsi e cessare, almeno per un lungo periodo. D’altra parte, non si può neanche escludere che l’attività minore porti gradatamente la faglia (in un tempo imprevedibile) verso un settore dove lo scorrimento è facilitato, favorendo il verificarsi di una scossa maggiore.

Al momento attuale la probabilità di una scossa forte è più elevata nelle zone italiane settentrionali (Appennino settentrionale e Alpi orientali) che in quelle meridionali (Calabria e Appennino meridionale). Questa ipotesi è basata sull’analisi della distribuzione delle scosse maggiori durante le varie sequenze nell’ambito del quadro tettonico in atto (Mantovani et alii, 2012, 2013). La ricostruzione del quadro tettonico attuale della zona considerata, indica che l’attività deformativa e la relativa sismicità sono legate al fatto che, in risposta alle forze tettoniche (principalmente indotte dal movimento della placca adriatica) la fascia orientale della catena appenninica, si muove più velocemente rispetto alla parte occidentale (grigia).Schema tettonico della zona in esame in cui sono evidenziate con vari colori le parti della catena appenninica che si muovono più rapidamente rispetto alla parte occidentale (in grigio). Il viola identifica la parte orientale dell’Appennino centrale, il verde mostra le unità Romagna-Marche- Umbria (RMU) e l’azzurro indica il settore Toscana-Emilia (TE). Ca= Cascia, Cf= Colfiorito Nella zona di separazione tra la parte mobile e quella fissa si sono formate alcune fosse tettoniche (Lunigiana, Garfagnana, Mugello, Val Tiberina, Gubbio, Colfiorito, Norcia e Cascia) più o meno allineate lungo la parte assiale della catena, dove sono situate le maggiori sorgenti sismiche dell’Italia peninsulare. Oltre che dall’analisi di evidenze geologiche e geofisiche, il fatto che la parte orientale della catena si stia muovendo più velocemente di quella occidentale è suggerito dal campo di velocità ricavato da misure geodetiche acquisite da una rete piuttosto fitta di stazioni permanenti GPS.

In particolare, le indagini svolte suggeriscono che al presente la zona dell’Appennino settentrionale più esposta alle prossime scosse forti sia il sistema di faglie che si snoda dalla zona di L’Aquila fino all’Appennino Romagnolo, attraverso la parte assiale dell’Appennino umbro e in parte di quello toscano (Norcia, Cascia, Colfiorito, Alta Val Tiberina, Gubbio). E’ comunque molto importante sottolineare che questa previsione non ha implicazioni temporali, cioè non viene data nessuna indicazione su quando la prossima scossa si potrà verificare.

Per approfondire http://www.meteoweb.eu/2014/02/terremoti-al-sud-e-sui-balcani-lesperto-ma-adesso-una-forte-scossa-e-piu-probabile-al-nord/262593/#fcH8VHkxxoXHqLBM.99

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