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Mercoledì, 23 Ottobre 2013 02:00

Le Quattro Giornate di Napoli, il racconto di un protagonista e la sua radio a valvole. In evidenza

“Io alla scuola ci sono potuto andare poco. L'aggio lasciata nel 1902, che tenevo nove anni. Facevo la terza classe, allora. Sì e no mi ero imparato a leggere e scrivere. A fare i conti ero bravo, invece. Papà teneva un banco di fruttaiuolo proprio vicino a Santa Chiara, e diceva sempre che in famiglia non ci potevamo permettere intellettuali. Così cominciai a lavorare con lui. Ci sosevamo presto per andare al mercato, poi quando lui si è fatto vecchio al mercato ci andavo solo io. Venti anni abbiamo passato a sparagnare tutto quello che si poteva, lo stesso paio di scarpe e la stessa camicia, estate e inverno, fino a quando non si scassavano".

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 Nel 1924 ci aprimmo una putechella all'angolo del Rettifilo, proprio vicino a Mezzocannone. Io ero sposato e tenevo pure un criaturo di quattro anni. Papà era già malato, allora. Però ci sembrava che le cose potevano andare meglio. L'Italia aveva votato da poco per questo signore, Musulino, un tipo tutta grinta che ti faceva venire la voglia di andare a faticare. Diceva che la nostra nazione era una nazione grande. E noi, come i ciucci, dietro di lui. Papà morì nel 1929, appena in tempo per non vedere come le cose cominciavano a scuncecarsi.

Io l'abitudine a sparagnare non l'avevo persa mai, e solo un lusso m'aggio concesso in tutta la vita: una radio a valvole. La sentivo sempre insieme a mia moglie, alla sera, quando tornavo a casa. Ci piaceva l'operetta a tutti e due. Poi cominciammo a sentire programmi sempre diversi.

Quando nel 1938 mio figlio fu chiamato soldato lo incoraggiammo pure, come a due scriteriati. Pensavamo che la guerra non sarebbe mai cominciata, che nessuno avrebbe mai osato alzare le mani contro di noi o contro i Camerati tedeschi. Tenevamo quasi cinquant'anni e ragionavamo come guappi. Poi mio figlio partì per l'Albania, con gli stivali, lo zaino, il moschetto e tutto quanto. Penso che fu quello che ci scetò.

Alla radio sentivamo sempre i bollettini, ma nessuno parlava mai del figlio del fruttaiuolo. Però si capiva che tanti figli di tanti padri stavano passando brutti quarti d'ora. A lavoro gli affari non andavano più bene. Le cose da vendere non si trovavano e se pure le tenevo nessuno ci aveva il danaro per comprarle. Piano piano presi l'abitudine di aprire un giorno sì e uno no. Poi questa abitudine me la levai completamente, quando mia moglie morì nel bombardamento di S. Chiara.

Capivo tutto, ma non capivo perché far saltare in aria i quadri belli e le madonne della chiesa, o la moglie del fruttaiolo. Ma ormai domande non ce ne facevamo più. Tu chiedevi una cosa, a qualcuno, e la risposta già la sapevi: “la guerra, mio caro, la guerra”.

E così decisi di ritirarmi in casa e aspettare che passava, sta maledetta guerra. Solo che quella non passava. Me ne stavo sempre accucciato vicino alla radio, che ormai non trasmetteva più le canzonette. Quasi sempre c'era radio Londra che diceva cose che non si capivano. E ogni tanto ci dicevano come andavano le cose al fronte. Ci ho passato tre anni, a girare le manopole della radio, e mai una buona notizia.

Poi un giorno sento la voce del presentatore diversa, come felice. Dice che il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio voleva parlare agli italiani. E io stavo lì che lo sentivo, mentre diceva che l'Italia si arrendeva agli Alleati, che poi erano gli inglesi e gli americani. E tra me e me pensavo: “ma come, ci arrendiamo a gente che dentro Napoli nemmeno ci ha messo piede?!”. Però ero felice.

In fondo chi se ne fotte se abbiamo perso la guerra. Abbiamo vinto la pace, dicevo fra me.

E così la pensavano pure i compaesani miei, che subito scesero per strada a festeggiare.

Solo che ai ventimila nazisti che occupavano la città nessuno li aveva avvisati. Così come i nostri camerati non sapevano che fare. Io li capisco pure, poveri cristi. Di punto in bianco i tedeschi, gli amici di ieri, erano i nemici di oggi. E a dirlo non era l'amico di sempre, il Duce, ma il nemico di ieri, Badoglio.

Insomma, una confusione che non si può credere. Tanto è vero che nel dubbio, il capo dei tedeschi decise che la guerra a Napoli non era finita, gli Alleati non avevano vinto e la città restava in mano loro.

Io accanto alla radio ero, e accanto alla radio sono rimasto. Era un settembre caldo e rovente. I poveri napoletani tenevano le cerevelle scarfate.

Dopo anni di guerra e bombe in testa e corse nei sotterranei e figli strappati alle case per indossare la divisa e stenti e privazioni, la città non vedeva l'ora di scendere in strada, riprendersi le piazze e il sole in faccia, e il fresco serale e la vita normale.

Solo che c'era questo signore, il colonnello Walter Schöll, che ogni tanto lo sentivo pure parlare alla radio di casa mia, che si era deciso che lui era il comandante di Napoli. Che decideva lui quello che dovevano fare i suoi uomini e pure i militari italiani che non sapevano che fare. E quello che decideva lui tutti i napoletani pure, dovevano farlo. E lui decideva che nessuno poteva uscire di casa la sera, che non si ci poteva ritrovare in piazza a gruppi, che non ci dovevamo difendere dalle perquisizioni dei soldati armati, che anzi dovevamo pure consegnare le armi a loro. E un sacco di altre cose che non ve lo dico proprio. Mò io sono di Napoli, e la mia gente la conosco bene.

Tu non puoi venire da uno della mia città, che già sta incazzato per fatti suoi, e che pensa finalmente di potersi liberare di tutta questa incazzatura, non puoi venire e dirgli: “ora fai quello che ti dico io”.

Soprattutto se hai appena perso una guerra e quello che proponi e tutto il contrario di quello che la gente vuole. E poi, dico io, ma ti pare che, anziché farteli amici, 'sti poveri occupati, passi tutto il giorno a minacciarli e violentarli, a spremerli e pressarli? Quelli mica ti possono apprezzare?! Come minimo ti stai facendo odiare. E l'odio di uno non fa danni. Ma se ti comincia a odiare la città sana sana, allora, mio caro Colonnello, mi sa che se ti cominci a cacare sotto io ti capisco pure.

Tanto è vero che quelli dicono non fatevi trovare in gruppo, e ti ritrovi qualche migliaio di persone tutte insieme al Rettifilo; loro dicono consegnate le armi, e un gruppo disarmato si fotte i fucili dei nazisti e pure un carrarmato; poi ti minacciano che ogni soldato tedesco ucciso sarà vendicato con cento morti, e tu vedi che in ogni angolo di strada cominciano a scomparire le divise nere manco se fosse il trucco di un mago. A quel punto il Colonnello poteva pure capire. E invece diventa sempre più duro. Quattromila arrestati li spedisce chi sa dove a fare i lavori forzati, giusto per essere sicuro di levarseli di torno. Allo stesso tempo prende alcuni agitatori più conosciuti e li fa fucilare, chiamando la popolazione a fare da pubblico, così che per uno punito, molti venivano educati. Tutto questo lo diceva pure la radio. Solo che Schöll, impegnato come stava a parlare per la radio, si dimenticava di stare a sentire quello che si diceva nei portoni. 

 Perché sennò pure lui lo avrebbe saputo che i napoletani stavano cercando i fucili e le bombe, per togliersi dalle orecchie quegli insulti in quella lingua che già solo lei era un insulto alla melodia del dialetto della terra mia. Forse stava ancora a tempo, il Colonnello, a non fare saltare tutto il bancolotto.

Bastava capire che a questa città stava togliendo pure la dignità. Bastava fermarsi e fare un passo indietro. Bastava restituire un poco di umanità a questi signori. E invece lui no. Sempre peggio. Ha chiamato a raccolta tutti i napoletani maschi giovani, dicendo che gli serviva una mano, manco fossimo stati i suoi migliori amici del quartiere. “E per cosa la vuoi, 'sta mano?” gli avrei voluto chiedere, da casa mia. mi rispose pure, per radio. E mi ha spiegato che dovevamo fare saltare il porto, che sennò poteva finire che gli alleati lo usavano per liberare la città. Bella mossa, stu' scemo. Vedi se qualche napoletano viene e ti dà una mano a scassare la sua città, così poi tu puoi giocare ancora un po' a fare 'o tiranno. Nessuno si presenta, come è ovvio. Ma 'o Colonnello anziché capire che aveva detto una stronzata, ne dice una ancora più grossa: ordina a tutte le truppe di rastrellare la città e di ammazzare chiunque non decide di andare a giocare con lui al gioco delle bombe sul porto.

E chiaramente, se vuoi la guerra, la guerra trovi. 'Sta casa dove vivo è bella e comoda. Dentro ci stanno tutti i ricordi di una vita. I miei cari non stanno più qua, e nessuno dei due ho potuto seppellire. Qua stanno tutti i soldi risparmiati dalla fatica di una vita, moneta che oggi non compra niente, e che mai ha comprato la felicità. Eppure è 'na bella casa. Ci sta pure la radio. Però io tengo pure un'altra casa. È assai più grande, e ricca di tante maniere. Oggi è assai sporca, siccome che sono più di tre anni che tutti ci passano dentro e la trattano come un cesso. Però è 'na casa bella assai, piena di storia e di storie, di gente calda e di cuore. Gli abitanti sono parecchi, e tutti alluccano sempre che pare che cantano. Una ammuina di pazzi. Ma comm' è bella chella confusione. È 'na casa che la vogliono buttare a terra, ma chi ci vive se la vuole tenere stretta stretta. È 'na casa libera. Ma no perché lo ha detto Badoglio, o gli Alleati. È libera perché oggi noi la andiamo a liberare.

Oggi è il 28 Settembre 1943. Esco dalla casa piccola per dare una mano a tutti i miei condomini della casa grande. Dice che le truppe alleate sono vicine. Ma a me non mi importa. Voglio prendere personalmente a calci nel culo questa guerra. Aggia essere sicuro di vederla sparire dietro l'angolo. Voglio turnà a camminare per Napoli senza la paura addosso. Voglio durmì senza sognare le sirene. Voglio sentì 'o mare, là addò oggi sento solo mitragliette.

Oggi è il 28 Settembre 1943. Scendo per la via e trovo altri cento, altri mille, che come a me vogliono ritornare ad essere padroni della loro grande casa.

Oggi è il 28 Settembre 1943. Lascio la radio accesa, nella piccola casa. Se muoio per Napoli, almeno lei lo saprà”.

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