19 Luglio 2019
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Domenica, 10 Gennaio 2016 00:00

Africa e Napoli, due facce di un’unica realtà

Declinazioni simili dell’emigrazione

Scritto da  Michela Belli
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L’Africa come ho letto ultimamente in un reportage bellissimo, che consiglio, di un giovane autore napoletano Raffele Calvanese, è il più grande dei luoghi comuni. L’Africa è insondabile e, gli africani, sono incatalogabili e affascinanti.

Io sono napoletana, come loro porto dentro un Dna difficile da gestire. Sono stata dominata da ogni popolazione possibile e la memoria storica del mio popolo mi accompagna. Io sono napoletana, non vivo, sopravvivo. Sono napoletana, non emigro, mi ricolloco.

Io sono napoletana, e prima di me, entra in ogni luogo la mia appartenenza geografica.

Io sono napoletana, sono caleidoscopica. Ho fatto l’università, ma non passo sotto le scale. Ho studiato la fisica, ma credo nella presenza della Bella ‘Mbriana e del Munaciello. Sono napoletana, parlo quattro lingue, ma se a parlare è il mio cuore, allora vedrete che lo farà in napoletano.

Io sono un popolo, perché quando nasci in una città come Napoli, non parli solo di una mera provenienza geografica. Con me e dentro me, ci sono e ci saranno per sempre tutte le vite della mia città. Ecco, quando qualcuno torna dall’Africa di sovente viene via col mal d’Africa, a Napoli è lo stesso, come dice Alessandro Siani, chi viene a Napoli piange due volte, quando arriva e quando se ne va. C’è un’analogia profonda tra Napoli e l’Africa del sentire comune di oggigiorno in Italia, perché anche noi napoletani, me compresa, come gli africani, siamo un popolo di migranti, di terroni. Anche noi napoletani siamo appellati come profughi a Bergamo.

E allora io capisco, capisco che quelli come noi, non li puoi integrare e incasellare, non perché sia la comunità in cui si arriva, che non sia disposta ad accoglierci, non sempre almeno, ma perché siamo noi ad essere del nostro popolo.

Siamo collettività enormi e ci muoviamo in massa. Siamo maree chiassose e agli occhi esterni, spesso, sembriamo schizofrenici a cavallo tra medioevo ed umanesimo tutto il tempo. Con un piede nelle tradizioni e una gamba nel mondo globalizzato. Allora questo che significa? Siamo condannati ad essere reietti? Assolutamente no. Ma l’integrazione ha bisogno di partire dal basso, essa deve esistere nella quotidianità. Essa deve svolgersi attraverso la legittimazione di un individuo. Nasce e cresce, quando dall’incontro di due esseri umani, nasce un nuovo amore, una nuova famiglia dove due culture si incontrano, si intersecano e ne creano una migliore insieme. Mi spiego ulteriormente. Non possiamo sperare di fare integrazione con i campi di accoglienza profughi soltanto. Non possiamo sperare di dire, eccoli sono arrivati altri 5000 africani a Lampedusa, integriamoli nella nostra occidentalissima società civile italiana. L’integrazione, nelle indimenticabili parole del monsignor Gian Carlo Perego, Direttore generale Fondazione Migrantes, “nasce quando due persone si incontrano, quando avviene uno scambio, cresce un legame e una relazione nuova, nasce una famiglia nuova, nasce una scuola nuova, nasce una nuova impresa: una nuova comunità, una nuova città.” Egli ci invita a riflettere sulle nostre società e ci indica una possibilità che, a mio parere, è una vera e propria urgenza: ridisegnare le nostre città, come luoghi in cui l’ospitalità non è un dovere, ma come un progetto per il futuro che contrasti una volta e per tutte la cultura del sospetto, dell’estraneo e che, invece, accetti dentro sé il diverso.

Questo, senz’altro, traghetterebbe la nostra attuale cultura, che si imbroda di capacità di apertura al diverso e del titolo di parte democratica del mondo, ad essere una cultura superiore e civile.

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