21 Agosto 2019
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Lunedì, 16 Dicembre 2013 16:50

Mulignane, la parmigiana e i lividi di una donna

A grande richiesta, dopo il successo di ottobre, sabato 14 dicembre è tornata in scena Gea Martire al Teatro Nuovo Sanità con uno spettacolo che suscita riso amaro: “Mulignane”, da un racconto di Francesca Prisco, per la regia di Antonio Capuano.

Scritto da  Federica Frascogna
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Il palco è tutto per l’unica e sola protagonista della storia, una donna senza nome, trasandata, rappresentante della solitudine, dell’inadeguatezza femminile, genere disgraziato che, solo perché non più giovane, solo perché senza uomo, viene completamente ignorato e condannato alla muffa dalla società. La bravura di Gea Martire mostra i movimenti goffi, le parole ed i pensieri tragicomici, esilaranti nella loro tristezza, insomma la vita vera in un linguaggio brillante, proveniente dalla bocca della donna invisibile, o trattata con arroganza, disprezzo, cattiveria, al massimo con cenni di vuota compassione, quando le va bene. I minuti di silenzio che le riservano le due amiche sposate, la intrappolano in una condizione di morta vivente, ella è uno zombie per giunta innocuo; le mulignane di questa prima parte dello show sono quelle fritte due volte nella parmigiana di melanzane piena d’olio (“fa male ma com’è buona!”) della madre, invadente e cattiva anch’essa. Improvvisamente tutto cambia, dalle mulignane gastronomiche si passa a quelle fisiche: i lividi. La nostra “martire” incontrerà un uomo delle consegne violento, un burbero brutale e anche criminale, che, nonostante i dolori tremendi di un sesso egoista e sadomaso, la farà sentire di nuovo desiderata, paradossalmente queste nuove sofferenze del corpo riusciranno a coprire quelle dell’animo. Pian piano la protagonista acquisirà sicurezza di sé, l’inettitudine svanisce, comincia a curarsi: vestiti nuovi e parrucchiere, la situazione si ribalta: basta un po’ di trucco e gli uomini che l’avevano sempre ignorata e maltrattata, come il suo capo, la “fitteano”. L’unico a cui non piace questo cambiamento è il troglodita Peppino, amante delle pietre grezze (“Te luat pur a’ cosa chiù bell: ‘e lent!”) Hai tolto persino la cosa più bella di te: gli occhiali!), ma alla protagonista non importerà perché riuscirà a dirgliene quattro con orgoglio, non è più sottomessa, né accecata dall’'llusione fatta di fruste che dolevano si, ma la volevano. L’epilogo la vede trionfante a “comandare lei” stavolta, a manipolare come crede un nuovo timido ragazzo delle consegne, ora accecata invece dalla sua vendetta.

Fermo restando la magnificenza dell’interpretazione di Gea - attrice anche di cinema, ha lavorato con registi del calibro di Monicelli, Scola e Risi - che ha anche gestito il resto dei personaggi ed ambiente, ha fatto tutto da sola senza mai stancare, evidentemente diretta alla perfezione da Capuano, mi sorgono alcuni dubbi sul messaggio dell’opera. La forza ritrovata di una donna che non fa più male a stessa, confluisce nell’atteggiamento opposto: se non sei vittima devi essere per forza carnefice? Il far del male al prossimo è la conseguenza? Più che una vendetta, mi sarebbe piaciuta invece una rivalsa. Probabilmente è un comportamento del tutto umano, però mi intristisce, del resto questa fine rappresenta un realismo crudo, per cui non ti puoi certo aspettare che una persona con tali violenze alle spalle, diventi un’utopica figura esemplare, forte ma rispettosa e buona allo stesso tempo. La perfezione non esiste. Però, vada come vada, dall’inizio alla fine manca l’amore sul palco, mancano i rapporti belli, questa forse è la tragedia più grande nel percorso della donna in questione, tutto è nascosto sotto un vecchio e malridotto maglione o un provocante vestito. Quindi tutto quello che vedono gli occhi estranei sembra restare solo ed esclusivamente in superficie. I legami sono sempre catene, lo dice la parola stessa, ma se te ne liberi, se ti precludi persino la speranza di incontrarne di positivi, non diventi forse cinico? E’ questa la soluzione, questa la libertà? Avere relazioni non dev’essere un’aspirazione, né una caratterizzazione, ma neanche il rinunciarvi.

Letto 754 volte Ultima modifica il Giovedì, 22 Ottobre 2015 08:36

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