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Lunedì, 13 Gennaio 2014 17:37

Una fotografia del nostro tempo

Oggi siamo iperstimolati dalle immagini e dalla visibilità, il che forse ci porta a perdere la consapevolezza della sua grande influenza, del suo enorme potere, negativo quanto positivo.

Scritto da  Federica Frascogna
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Secondo uno studio condotto nel dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell'Universita' di Padova e pubblicato sulla rivista "Psychology of Women Quarterly", anche una breve, magari distratta, esposizione a programmi televisivi in cui il ruolo della donna funge da arredamento, aumenta le violenze e molestie sessuali. Senza arrivare a casi così gravi, o comunque risaputi come quello della pubblicità che ha un enorme potere persuasivo ed azzarderei coercitivo, o delle icone sia religiose che politiche, sia popolari che di nicchia, ogni immagine, anche contemporanea e strettamente personale, ha la sua valenza sociale. Nonostante ormai scattare una fotografia sia uguale al vestirsi, ci sembra di perderne il senso essendo diventata un’abitudine, essa, come la scelta del proprio abbigliamento, resta un manifesto a cui prestiamo grande attenzione ed è di forte impatto per lo spettatore, che se ne accorga o meno, immerso nel caos. "Le fotografie possono essere ricordate più facilmente delle immagini in movimento, perchè sono una precisa fetta di tempo anzichè un flusso. Ogni fotografia è invece un momento privilegiato, trasformato in un piccolo oggetto che possiamo conservare e rivedere." Queste le parole di Susan Sontag, un’intellettuale statunitense che ha dedicato studi e riflessioni all'importanza sociologica della fotografia, del suo corrispondere ad una lettura tangibile di frammenti del mondo. Ma, al di là della corrispondenza artistica o del valore affettivo, oggi la foto non è affatto un momento privilegiato da conservare, sembra, piuttosto, un momento come tanti non da conservare, bensì da lanciare subito per una finalità istantanea e fine a se stessa: farsi vedere ed avere consenso, un consenso che domani, o addirittura l’ora dopo, cercheremo per un’altra immagine. Purtroppo la logica dei social network ci mangia e chiunque vi aderisca, si è quantomeno imbattuto in fotografie, fermo immagini di vita, che non sembrano rappresentarla, bensì crearla virtualmente, sembra si viva per manifestare qualcosa ma.. cosa? Alcuni ragazzi non hanno idea di cosa sia la vita, ma ne hanno le fotografie.. art for art’s sake alla Wilde, o foto per far vedere il proprio cappotto nuovo?

E, dall’altra parte, si concede il like, il consenso, per quale motivo realmente? Un’apoteosi di egocentrismo, spesso senza alcuna conoscenza neanche di se stessi. Questo discorso non vuol essere un attacco ai social network, della serie “non ci sono più i giovani di una volta”, i nuovi metodi di comunicazione e i loro lati negativi ecc.. , vuole semplicemente aprire un dialogo su che potere sociale mantenga l’immagine, quanto in questo caso ne fruiamo, utilizziamo, scattiamo eccessivamente, nonostante il più delle volte non ce ne accorgiamo neanche, dato l’utilizzo e bombardamento continuo. Eppure anche progetti che possano condizionare positivamente continuano a nascere: “What i be” è un’idea del fotografo Steve Rosenfield: “Nella società di oggi, spesso ci viene detto di mostrarci o comportarci in un certo modo. Se ci allontaniamo da questi “standard”, siamo spesso giudicati, ridicolizzati, molestati, talvolta perfino uccisi. Ho avviato questo progetto nella speranza di aprire una comunicazione e aiutare ognuno ad accettare la propria diversità a mente e cuore aperti e dare voce a coloro che sentono che stanno soffrendo per qualcosa che possono vedere come un difetto.” Qui le immagini manifestano le proprie insicurezze, nulla di più onesto ed empatico (come visibile dalla foto “I’m not my amputation” – Io non sono la mia amputazione). Andando oltre le mostre, le campagne e le loro tematiche, ricordo “Non sta succedendo qui. Ma sta succedendo ora” di Amnesty International, una certezza nell’organizzazione riflessiva e fattiva per combattere le ingiustizie nel mondo, le immagini possono avere anche un valore terapeutico. Si chiama fototerapia, ed aiuta tantissimo gli psicologi a scoprire l’inconscio dei loro pazienti, con i quali le interviste verbali non portano sempre a risultati soddisfacenti. Qui l’arte non c’entra niente, il valore è dato dal potere intrinseco dell’immagine: evocare emozioni, rappresentare un veicolo per raccontarsi e superare i propri traumi; inoltre scrive Judy Weiser, psicologa, arte-terapeuta e direttrice del PhotoTherapy Centre di Vancouver, “il modo in cui una persona guarda le fotografie riflette il modo in cui si pone di fronte al mondo e agli altri”. C’è da approfondire l’aspetto psicologico e sociale in particolar modo della fotografia, perché è un veicolo ormai raggiungibile da tutti, nelle nostre diversità ci accomuna il mezzo più semplice dell’apparire al prossimo che, più che nell’aspetto comportamentale, della persona in quanto movimento, si manifesta in un immagine statica di essa, più facile da mostrare (ti metti meno in gioco, hai meno margini di errore) e soprattutto più facile da analizzare e quindi giudicare.

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