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Sabato, 11 Gennaio 2014 18:41

Dimissioni nel Cda del teatro San Carlo, si avvicina il commissariamento

Il sindaco De Magistris si oppone alla legge Valore Cultura. Abbandonano il consiglio di amministrazione Caldoro, Maddaloni, Cesaro, Villari e Patroni Griffi. La gestione del Massimo viene rinviata al Ministero della Cultura  

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Dopo una riunione fiume del Consiglio di amministrazione del San Carlo di Napoli arriva la rottura, si dimettono 4 membri del Cda: il governatore campano Stefano Caldoro, il presidente della Camera di Commercio Maurizio Maddaloni, l'ex presidente della Provincia partenopea Luigi Cesaro e l'onorevole Riccardo Villari. E' l'ennesima frattura inferta al teatro Massimo del capoluogo campano, che versa in una situazione economica disastrosa con 32 milioni di debiti a fronte di 8 milioni netti contabilizzati nel suo patrimonio. Durante la riunione, il Sindaco di Napoli e presidente del Cda del San Carlo Luigi De Magistris ha cercato di opporsi fermamente alla legge Valore Cultura, varata dal Parlamento per intervenire a tutela del patrimonio culturale italiano, in particolare per contribuire al risanamento delle fondazioni lirico-sinfoniche in difficoltà economico-patrimoniali. Una norma che prevede "una dotazione di 75 milioni di euro per il 2014 e anticipazioni finanziarie già per il 2013, in favore delle fondazioni che versano in una situazione di carenza di liquidità tale da pregiudicarne anche la gestione ordinaria". Per il primo cittadino napoletano "è stata una scelta giusta quella di non aderire al decreto 'valore cultura' e questo al di là della sostenibilità giuridica. Con l'adesione sarebbero scattati immediatamente tagli al salario del 35% dell'integrativo". La divergenza di idee e la lotta intestina al Consiglio di amministrazione ha fatto scattare le 4 dimissioni, subito dopo seguite da quelle del consigliere di nomina comunale, Andrea Patroni Griffi. Per costoro, l'adesione al decreto legge era un atto "dovuto". Non mancavano i distinguo, in particolare quelli di Stefano Caldoro e Maurizio Maddaloni. Entrambi hanno sottolineato che avrebbero rivendicato davanti al governo un piano industriale per il San Carlo "con due prescrizioni a difesa dell'autonomia e dei lavoratori garantendo i livelli occupazionali e salariali, attraverso un accordo diverso sulle voci in busta paga e una certa flessibilità". Alla base delle dimissioni in massa del cda del teatro c'è il totale disaccordo interno tra i soci che hanno lasciato e il sindaco De Magistris, che aveva preparato una delibera ad hoc per tentare di salvare il San Carlo. Si trattava di una forte ricapitalizzazione della Fondazione che regge il teatro. Dure le parole del primo cittadino: "Mi sarei aspettato che di fronte a un socio, ovvero il Comune, che si assume la responsabilità di ricapitalizzare 40 milioni, mentre Caldoro ne deve 13 al San Carlo e gli altri hanno messo meno di zero, dico se fossi stato uno di loro, di quelli che si sono dimessi, con queste premesse non avrei avuto più dubbi. Tutti insieme siamo una potenza".

La sua promessa era di impegnare beni immobili del patrimonio comunale per ben 40 milioni, un tentativo per evitare un'ulteriore deriva di un'istituzione della cultura nella città di Napoli. Il vicepresidente del consiglio di amministrazione del San Carlo e presidente della Camera di Commercio, Maddaloni si è mostrato alquanto scettico rispetto alla proposta del sindaco: "La ricapitalizzazione patrimoniale della Fondazione avviata da De Magistris con una delibera propositiva che affiderebbe al Massimo un immobile da scegliere del patrimonio comunale è uno sforzo che apprezzo, ma non è operativa perché deve essere approvata dal consiglio comunale e non sappiamo neppure se gli immobili sono bancabili. Forse sarebbe stato meglio avviare questo percorso tre mesi fa. Ora che il cda non c'è più, siamo nelle mani dell'organismo di vigilanza". E' questo il rischio più grave dell'intera vicenda. Il Consiglio di amministrazione doveva votare la norma Valore cultura, si è spaccato al suo interno e ci sono state dimissioni. La conseguenza è che tutto viene rinviato al ministero della Cultura, presieduto da Massimo Bray. Nonostante il tentativo fallito del sindaco di far passare la proprietà del Massimo partenopeo al Comune di Napoli e da questo alla Fondazione, ora il decreto legge prevede "la nomina di un commissario straordinario del Governo, cui le fondazioni lirico-sinfoniche sono tenute a presentare un piano di risanamento". Le sorti del San Carlo sono ancora appese a un filo e l'impressione più scioccante è che la città abbia smarrito il potere di autogestione, di controllare le sorti del proprio patrimonio culturale.

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