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Sabato, 05 Aprile 2014 13:20

Medici senza frontiere lancia l’allarme Ebola: in Africa è epidemia

Sembrava una malattia sconfitta negli anni ’90, ma solo nell'ultima settimana ha causato oltre cento morti nella regione centroafricana

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Il terzo millennio ha arricchito il nostro linguaggio di nuovi infausti concetti, quali febbre suina, influenza aviaria, morbo della mucca pazza, pandemia. Nostro malgrado, i notiziari ci hanno insegnato geografia e terminologia dei virus. Ma non sempre l'inattuale resta tale. Avevamo seppellito ricordo e memoria di quanto concernesse la parola “Ebola”, ed oggi, invece, ci ritroviamo a dover ripescare nozioni e paure che credevamo estinte negli anni '90.

Dall'Africa Occidentale parte il grido d'allarme di Medici Senza Frontiere, impegnata a fronteggiare la “più vasta epidemia di Ebola” di cui si abbia memoria. L'associazione, attiva in tutto il mondo per prestare assistenza sanitaria gratuita a chi non ne abbia di garantita, è operativa in Guinea, Sierra Leone e Liberia per creare i presupposti di quarantena affinché non si aggravi l'estensione del fenomeno infettivo. Nell'ultima settimana, in questa area, sono state accertate circa cento morti, connesse al ceppo virale denominato “Zaire” (dal nome dello stato in cui fu originariamente isolato). I controlli profilattici interni e di frontiera sono stati implementati, e sono giunti sul campo 60 tra i massimi esperti mondiali di febbri emorragiche. Ma cos'è Ebola? Si tratta di un virus noto dal 1976, che si caratterizza per tempi di incubazione estremamente brevi (massimo tre settimane, con una media di dieci giorni) e per l'elevatissimo tasso di mortalità (88% negli uomini). In tutti i ceppi noti il veicolo infettivo, fortunatamente, non è aerobico: si può essere contagiati per scambi di fluidi infetti, ma non respirando la stessa aria. Questa ultima caratteristica, unitamente alla repentinità con cui si manifestano i sintomi e sopraggiunge la morte, ha impedito alle varie crisi succedutesi a cavallo tra gli anni '80 e '90, di allungare il proprio braccio mortifero attraverso regioni estese: normalmente, con il manifestarsi dei primi focolai, si provvedeva ad isolare la zona e a dare soccorso agli ammalati.

Non a curare, attenzione. Per tale piaga, infatti, non è noto rimedio alcuno, né vaccini. Eppure l'Organizzazione Mondiale della Sanità la colloca nella categoria A, ovvero la più pericolosa, insieme ad agenti patogeni in grado di mettere a rischio il genere umano. La stessa OMS segnala il virus come potenziale arma batteriologica. Ed è qui che si chiude un cerchio oscuro, sul quale troppo è stato detto e poco è stato chiarito.

Sul finire del XX secolo, con la complicità di Hollywood e di molti eminenti scrittori, si è fatta strada una teoria che non ha trovato suffragio in nessuna pubblicazione scientifica, ma che non è stata mai nemmeno smentita con adeguate argomentazioni. Sulla base di questo solido silenzio delle istituzioni preposte, ed in assenza di dati certi (ad oggi non siamo nemmeno sicuri che tale virus sia zoonotico, ovvero mutuabile dall'uomo attraverso gli animali), si è irrobustita la spaventosa ipotesi che vede in Ebola un agente prodotto in laboratorio, e con scopi militari. Come quasi sempre accade, nella nostra immaginazione, quando qualcosa è segreto, strategico e ha fini bellici, tirate le somme ciò che risulta sono tre lettere: USA. Riassunta così, tale vicenda a lungo dimenticata, potrebbe apparire surreale. Eppure, guardata dall'isola di Bikini, forse apparirebbe più sensata: un esperimento epidemiologico lungo la valle del fiume Ebola, nella Repubblica Democratica del Congo, sfugge di mano ai suoi artefici; il ceppo primario muta in quattro tipi differenti, e si adatta a portatori sani della fauna locale, quali pipistrelli o alcuni primati; talvolta, e per puro caso, entra in contatto con gli uomini, ammazzando 9 contagiati su 10.

La fiamma febbrile si seda, la gente si distrae e si può parlar d'altro, tanto l'Africa è lontana. Nel frattempo la cura non si cerca, perché tale farmaco non avrebbe mercato; e non si trova, poiché se fosse resa pubblica renderebbe innocua tale arma (corollario: la terapia esiste ed è a beneficio solo di pochi, in caso di guerra biologica; è segretata, magari, nello stesso laboratorio dove fu originato il male). Ed ecco che ciò che prima poteva essere considerato surreale, pian piano scontorna nel paradossale. Forse nulla di quanto detto corrisponde a verità. L'aspetto più doloroso è che non sono bastati 40 anni di esperienza per guadagnare maggiore consapevolezza, a riguardo. Non ne sappiamo abbastanza noi, sopravvissuti, né ne sapranno abbastanza quel centinaio di persone che oggi, 2014, muore per un male che credevamo ucciso, quando, invece, era solo stato dimenticato

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