18 Marzo 2019
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Mercoledì, 19 Febbraio 2014 13:28

Un nuovo modo di fare l' Europa In evidenza

L’ opportunità economica e sociale per rendere appartenenti i cittadini alla propria Nazione

Scritto da  Marco Esposito
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L’Europa socialdemocratica della integrazione dei popoli non s’ha da fare! A sancirlo è stato un referendum che, votato a doppia maggioranza di cantoni e cittadini, ha imposto, nei fatti, quote all'immigrazione di cittadini comunitari. Così la “civilissima” Svizzera ha creduto di poter arginare il fenomeno delle centinaia di frontalieri, italiani, tra gli altri, che per sfuggire a livelli di tassazione, che nel Belpaese sfiorano il 65 percento delle imposte sui redditi e sulle attività produttive, trovano rifugio quotidiano nella coltre elvetica.

Presentemente il recepimento delle istanze della Comunità Europea ha già subito, in poco meno di due lustri, interruzioni rilevanti. Se nel 2005 le debacle per le scelte referendarie di Francia e Paesi Bassi circa la redazione di una comune Carta Costituzionale Europea, sebbene avessero generato un aspro scontro politico – religioso, ai limiti della coesione, tra quei Paesi che aspirassero ad una Comunità internazionale ispirata ai principi laici e quelli che, di contro, identificassero nella nuova Costituzione un riferimento per le tradizionali culture giudaico – cristiane, furono spiegate nei salsati termini di una “impreparazione” ad un piano “superiore” di coesione continentale di cittadini non ancora abituati a pensare ad una “Europa delle Nazioni e delle Culture”; se nel luglio del 2013 il Parlamento inglese ha dato il via libera ad una consultazione referendaria entro il 2017 per decidere se restare o meno in Europa: non è un caso, infatti, che lo stesso Primo Ministro Cameron ritenga sia comunque giusto chiedere agli elettori del proprio Paese una opinione sull'Unione per la prima volta dal 1975. Ancor più arduo sarebbe per Bruxelles fronteggiare un domino politico che vedrebbe nazioni come Spagna, Portogallo e Grecia, pronte a seguire l'esempio d’oltremanica e adottare una strategia d’uscita dall’Unione.

Non appare dunque insensato in un contesto politico a mezzo tra strategia e tattica ripensare alla natura degli accordi bilaterali stipulati dalla Svizzera circa la libera circolazione dei lavoratori; così, con metodi lontani dal pensiero di Schuman, poco democratici e trasparenti nella burocrazia, l’Europa è diventata preda, smarrita e confusa, di populismi e propagande secessioniste. Una Europa a doppia velocità non ha senso né politico né sociale. La complessità della struttura organizzativa globale impone il coraggio di ardire. Le Istituzioni Europee e locali andrebbero ripensate nell’ottica di un federalismo spinto che segni marcatamente il passaggio dalla Unione ad una Confederazione di Stati così come a suo tempo si teorizzò e realizzò il passaggio dalle Unioni doganali alla Unione monetaria.

Centralizzare la politica fiscale, così come è avvenuto per quella monetaria, permetterebbe di governare le fluttuazioni della domanda interna, della produzione industriale e dei consumi evitando, dunque, eccessi di produzioni e relative esportazioni laddove vi fossero economie di altri paesi membri in crescente difficoltà; pensare ad un diritto “al lavoro” e “del lavoro” armonico che, ridurrebbe il cuneo fiscale per i lavoratori ed il costo del lavoro per le imprese in modo da rendere meno endemici tassi di disoccupazione a due cifre; permettere un maggior risparmio in termini di costi della politica locali con riforme di Land e Regioni; responsabilizzare in maniera decisiva la eventuale “Confederazioni degli Stati Europei” rispetto all’attuale incertezza giuridica che abbandona gli abitanti delle terre europee del Mediterraneo, del Mar Nero, inermi nel fronteggiare continui sbarchi di immigrati in cerca di nuove speranze e libertà. La regolamentazione di un siffatto cambiamento politico è, al momento, declinata nelle stanze dei singoli Parlamenti nazionali.

Gli Stati Uniti d’Europa sono l’obiettivo a cui devono tendere i federalismi locali nell'ottica di una quota percentuale d’innalzamento del rapporto di crescita e stabilità; senza questo cambio di passo non vi sarà Europa a cui ambire. D’altronde agli Stati Uniti d’Europa non pensava già Carlo Cattaneo?

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