20 Febbraio 2019
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Lunedì, 27 Gennaio 2014 14:37

Siria e la musica proibita

Vietata la musica a Raqqa. Una shoccante messa al bando dei Jihadisti nella città siriana dove imperversa la terribile guerra civile che tenta di uccidere l’arte, oltre agli esseri umani.

Scritto da  Federica Frascogna
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Ma non manca la controparte dissidente e libera dei musicisti, in particolare rap, che lottano contro i soprusi. L’uomo è per natura un animale politico, oggi questo concetto aristotelico sembra essere stato dimenticato, ci fa quasi ridere dato l’immenso senso di nausea che viene associato al termine “Politica”. Tuttavia politeia, da polis, indica sovranità della massa (come per la democrazia), quindi anche chi crede di restarne fuori, magari non votando o dicendo “non mi interesso di politica, governo ladro, sono tutti uguali, etc.. ” finché vivrà da cittadino facente parte di una società, ahimè, FA politica, e ne è anch'egli responsabile come tutti noi. Purtroppo i termini antichi così maestosi ed onesti, restano nel linguaggio ma non nella sostanza, è vero la politica odierna è profanata del tutto anche, e forse soprattutto, dall'indifferenza dei più piuttosto che dal crimine e potere di pochi. “Io faccio politica pure quando respiro” recita Caparezza nel brano “Abiura di me”, anche la musica, come l’arte tutta, si contraddistingue per la sua forza politica, per le idee manifestate che vengono censurate, contrastate dal potere di turno che viene attaccato e si sente minacciato. Qualche giorno fa i Jihadisti dell’Iraq, ribelli tra le file delle milizie contro il governo oppressore, ma fondamentalisti e fanatici, quindi legati spesso alla volontà del singolo da cui derivano atti terroristici, danneggiando la rivolta giusta e passando dalla parte del torto, sono arrivati a vietare la musica nella città di Raqqa. “Distrae dal pensiero di Dio e del Corano”, è proibita quindi la vendita di cd quanto quella di qualsivoglia apparecchio per riprodurre musica, proibita la diffusione nei negozi e mezzi di trasporto. Per fortuna la creatività e la forza della musica trova sempre una strada alternativa da percorrere per continuare a vivere e progredire, nonostante gli ostacoli, molti musicisti siriani si sono rifugiati a Beirut, capitale libanese che permette loro di fare politica, la giusta politica. In particolare si leggono su Rolling Stone delle interessanti interviste a questi esponenti del rap arabo, che spiegano le difficoltà del fare musica nel loro paese e in special modo musica rap contro la guerra, le “americanate” non vengono proprio concepite, gli artisti sono stati spesso intimiditi dalle forze dell’ordine. Adesso a Beirut sono liberi di esprimersi per il loro popolo, “La mia musica è politica, ma io non sto con nessuna delle due parti”, è la risposta dell’MC Khairy ad una domanda sul presidente siriano Bashar el Assad, “sto semplicemente con i morti, con i deboli e con chi soffre a causa dalla guerra. Schierarsi da una parte è stupido e in un contesto come quello attuale davvero senza alcun senso”. Un altro gruppo di artisti rap siriani perseguitati dal regime sono i Refugees of rap , i quali hanno dovuto lasciare il paese nel maggio 2013, ma è uscito il loro terzo album ad ottobre scorso “The age of silence”. Purtroppo tra i musicisti dissidenti c’è chi invece non ce l’ha fatta a continuare la sua attività, ed è stato trovato sgozzato come Ibrahim Qashoush nel luglio del 2011, ma nonostante le vite umane possano essere stroncate, il sogno contro regime non si ferma. La cultura hip hop, il rap ne rappresenta una branca, vanta come fondamenta proprio la ribellione ai soprusi, una ribellione politica e sociale onesta perché non violenta bensì artistica, questo movimento che porta con sé le radici di un popolo assediato e torturato dalla storia, sebbene sia sempre in trasformazione, continua a rappresentare al meglio la meritata rivalsa (quantomeno espressiva) dei diritti umani in tutto il mondo, non morirà mai.

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