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Giovedì, 16 Gennaio 2014 11:39

Caso marò, ancora incerto il destino di Salvatore Girone e Nicola Latorre In evidenza

Una commissione bicamerale sarà inviata in India per presentare un ricorso alla Corte suprema. L'Italia sollecita anche un intervento dell'Unione europea  

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E' ancora lontana una soluzione per il caso dei due marò italiani, detenuti in India da 696 giorni dopo aver ucciso due pescatori scambiati per dei pirati. L'Italia ha costituito una missione bicamerale rappresentativa di tutti i gruppi parlamentari, che partirà per New Delhi nei prossimi giorni. Nel frattempo, due sono le mosse giuridiche e politiche avanzate dal nostro Paese: la sollecitazione di un intervento dell'Unione europea e il ricorso alla Corte suprema indiana. La macchina della diplomazia non si è mai fermata in questi due anni, in cui il destino dei due militari è rimasto sospeso in balìa del complesso apparato giuridico indiano. L'omicidio è avvenuto in acque internazionali in seguito all'avvicinamento di un peschereccio non identificato alla petroliera Enrica Lexie del secondo Reggimento 'San Marco'. All'imbarcazione sospetta era stato intimato l'alt, dopodiché erano stati esplosi alcuni colpi di avvertimento, in un'area molto colpita da attacchi compiuti a opera di pirati. In seguito al ferimento e alla morte dei pescatori, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre erano stati accusati di omicidio e arrestati nella città di Kochi. Immediatamente il governo indiano aveva cercato di rassicurare l'Italia sull'esclusione della pena di morte per i fucilieri della Marina. Il Ministro degli Esteri Salman Khurshid aveva precisato che "i due marò italiani possono aver ecceduto nelle loro funzioni, ma non sono terroristi", sottolineando che la vicenda in cui erano coinvolti Latorre e Girone non era fra "i casi rarissimi", in cui è prevista la pena capitale. La paura per la sorte dei due marò è tornata a spaventare le loro famiglie, dal momento che dopo due anni non ci sono ancora i capi d'accusa per gli imputati. Il Ministero dell'Interno indiano sta esaminando l'ipotesi di abbandonare l'uso della legge per la repressione della pirateria, che prevede automaticamente la pena di morte. Nel frattempo, dall'Italia è partito l'inviato Staffan de Mistura per effettuare alcune consultazioni e presentare un ricorso presso la Corte suprema indiana. L'obiettivo è appunto quello di scongiurare l'uso del 'Sua Act', approvato nello stato asiatico nel 2002, laddove nella Sezione 3 prevede che "chiunque provoca la morte (in mare) di un indiano è punibile con la morte". Il vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani ha scritto una lettera al presidente Manuel Barroso e alla vice Catherine Ashton, in cui ha specificato che nell'eventualità di una pena capitale per i due marò, "l'Europa non potrebbe non intervenire, interrompendo la trattativa per gli accordi di libero scambio con l'India, rinegoziando anche le tariffe favorevoli che l'Europa applica all'India".Tajani ha ricordato che l'Unione ha ricevuto il premio Nobel anche per il suo impegno contro la pena di morte, "pertanto una scelta come questa, contro due marinai impegnati nella lotta contro la pirateria, sarebbe del tutto inaccettabile". La vicenda si è complicata ulteriormente dal momento che l'India si sta preparando alle elezioni di maggio. La difesa di un principio, di una legge statale tira in ballo anche una strategia politica, un presa di posizione che mira a fare breccia nel cuore degli elettori. Un quotidiano locale, Hindustan Times, ha addirittura ipotizzato che la polizia antiterrorismo Nia potrebbe chiedere la pena di morte sulla base del fatto che "da quanto sinora emerso i due fucilieri del Battaglione San Marco non avrebbero sparato colpi di avvertimento né usato gli altoparlanti". Sempre secondo il quotidiano, tutto sarebbe nient'altro che un epilogo a puro fine mediatico, cui seguirebbe la rinuncia alla pena capitale, motivata dal pubblico impegno con l'Italia assunto dal governo indiano.

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