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Mercoledì, 02 Ottobre 2013 13:42

Putin, Assad e l'uso delle armi chimiche. Dov'è la differenza?

Ieri la Russia oggi la Siria, due storie a confronto

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Impossibile sottrarsi alla attualità della notizia di come la Comunità Internazionale si sia mossa compatta contro l'uso delle armi chimiche, tanto contro i ribelli siriani quanto contro i comuni cittadini.

Un atto dovuto, verrebbe da pensare; il diritto internazionale, a riguardo, è chiaro. Eppure non parliamo di qualcosa di così scontato.Vale la pena ricordare come le norme trans-nazionali riconosciute nelle carte dei diritti traccino non già una sfera della legalità, quanto piuttosto una linea di riferimento, un paradigma a cui gli Stati-Nazione dovrebbero attenersi. Dovrebbero, non devono.

L'evidenza della cosa è facilmente riscontrabile: oggi Assad, leader autocratico siriano, e il suo regime oscurantista finiscono sotto i riflettori per la totale noncuranza dei diritti dei propri concittadini, quali libertà di parola, di espressione, di manifestazione del dissenso, di accesso alla libera informazione e, ultimo ma mai ultimo, del privilegio di potere scegliere liberamente e democraticamente i propri governanti.

Ieri, la Russia e poi ancora l'Urss e poi la C.S.I e poi ancora la Russia (tutte etichette diverse di una identica realtà politica) stringevano, e stringono, nel giogo militare la Repubblica Autonoma della Cecenia, nazione con una propria identità linguistica e culturale. Quest'ultima è sistematicamente tenuta sotto scacco dai cugini sovietici, nell'arco degli ultimi cinque secoli, a causa della importanza geograficamente strategica e del ricco potenziale costituito dalle sue risorse primarie (oltre ad essere ricco di petrolio, il sottosuolo ceceno è anche lo snodo attraverso cui oleodotti e gasdotti arabi consentono l'approvvigionamento a queste risorse per la intera Europa).

Oggi Assad combatte una feroce guerra, che dura ormai da più di due anni, per sedare la Primavera Siriana, e con essa quei movimenti partigiani che vorrebbero riportare il paese nelle mani del popolo, sottraendolo alla presa di un leader non legittimato né dalla bontà delle sue idee politiche né dalla efficacia del suo operato.

Ieri, e per gli ultimi 25 anni, diversi leader russi si sono lanciati in azioni repressive e coercitive contro i “terroristi” ceceni (attenzione alle parole: per un gerarca tedesco i nostri movimenti liberazionisti partigiani e le strategie di guerriglia ad essi connessi sarebbero apparsi, appunto, atti di terrorismo). 

Pensiamo, per esempio, alle sistematiche ingerenze con le alte sfere militari locali, agli atti di tortura ed alle manipolazioni elettorali che hanno spesso portato al potere governanti filo-russi, tutte realtà documentate e comprovate dal giudizio imparziale della Human Right Watch (Agenzia di Monitoraggio sui Diritti Umani). Modi di agire contrari al comune buon senso e inaccettabili per qualunque Carta dei Diritti. Ma a questo va aggiunto il fattore non secondario di avere consegnato alla storia ben due Guerre Cecene (1991-1996 e 1999-2006), con il loro inevitabile corredo di morti, migliaia di morti, e deportazioni.

Oggi Assad prova a volgere gli equilibri del conflitto a proprio vantaggio ricorrendo alle armi chimiche.

Ieri, nel 2002, il Presidente russo Putin avallò la decisione di utilizzare gas tossici mai identificati (nervino?) per porre fine alla “crisi del teatro Dubrovka”, durante la quale un gruppo armato di indipendentisti ceceni aveva preso in ostaggio, all'interno dello storico edificio, circa 850 civili.

Facile immaginare quali fossero le loro richieste: libertà per la loro patria. I negoziati sembravano essere razionali, al punto che i sequestratori avevano concesso ai bambini di uscire dal teatro, e proseguivano rilasciando incondizionatamente tutti i prigionieri non-russi. Ma all'alba del terzo giorno veniva pompata la miscela mortale nell'impianto di areazione, consentendo alle teste di cuoio di fare irruzione e completare la strage giustiziando gli scampati. Risultato: 39 combattenti ceceni morti, cui va aggiunto il prezzo di circa 130 perdite civili. E, come se non bastasse, oltre 700 fra intossicati e feriti, molti dei quali riporteranno danni permanenti, di natura cardiaca e respiratoria.

Oggi, contro Assad, l'O.N.U. ratifica unanime una risoluzione che preveda il monitoraggio, la consegna e la distruzione dell'arsenale chimico siriano. In caso di mancata ottemperanza al piano programmatico proposto non esclude l'uso della forza. 

Ieri, nel 2002, cioè sincronicamente alla preparazione di quella seconda Guerra del Golfo che fu giustificata in ragione di presunte (e mai rinvenute) armi chimiche nelle mani di Saddam Hussein, i maggiori leader mondiali corrono al telefono per complimentarsi con Putin per la solerzia con cui ha risolto la “crisi del teatro Dubrovka”. Tra i tanti ci piace ricordarne almeno due: George W. Bush, presidente americano, e Silvio Berlusconi, primo ministro italiano. Nessuno pone l'accento sulla metodologia stragista e sull'utilizzo di armi chimiche.

Ora, mio caro lettore, ti chiedo: dov'è la differenza?!

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