24 Agosto 2019
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Lunedì, 04 Agosto 2014 00:00

Dossier : Siria, una terra dilaniata Guerra civile e schieramenti internazionali

Dopo due anni di conflitto e 70.000 morti , la terra siriana, dilaniata dai bombardamenti, non appartiene più al popolo è in balia degli eserciti, da un lato i ribelli dall'altro Assad

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La parte settentrionale del paese è nelle mani dei primi e si nutre dell'appoggio delle petromonarchie del Golfo e, di fatto, anche degli Stati Uniti e di alcune potenze europee ; la parte meridionale invece è ancora sotto il governo centrale ed è sostenuta da Russia, Iran, Iraq, Algeria e Libano. "Da un anno chiediamo alla comunità internazionale di prendere misure concrete perché i responsabili di entrambi le parti rispondano dei crimini e degli abusi commessi e perché le vittime ricevano un risarcimento, ma il popolo siriano sta ancora aspettando - ha detto Ann Harrison esponente di Amnesty International - Di quante prove di crimini di guerra e contro l'umanità ha ancora bisogno il Consiglio di Sicurezza dell'ONU prima di portare la situazione siriana di fronte alla Corte Penale Internazionale?". Le reiterate condanne rivolte alla Siria per le stragi di civili e per il devastante stato di guerra vengono palesemente ignorate e calpestate così come l'invionabile principio di autodeterminazione del popolo . L’Unione europea è tuttora divisa sulla situazione siriana. Parigi e Londra annunciano di voler aumentare la pressione sul presidente siriano Bashar Assad, consentendo la fornitura di armi ai ribelli. La principale opposizione siriana la "Coalizione Nazionale" ha accolto con favore la decisione delle due potenze europee: “Per noi è un passo nella giusta direzione, Assad non accetterà una soluzione politica del conflitto fino a quando non capirà di combattere contro una forza armata capace di sconfiggerlo”, ha detto il portavoce della Coalizione Walid al-Bunni, " Non aiutare i ribelli è come invogliare Assad a continuare a lottare". La Germania, l’Austria e la Svezia invece si sono opposte alla mossa anglo-francese, temendo che le armi finiscano nelle mani dei militanti islamici, alimentando così i conflitti regionali e costringendo i sostenitori di Assad, l’Iran e la Russia, ad intensificare a loro volta le forniture. Il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle ha sottolineato la necessità di una presa di distanza dell’opposizione siriana dalle forze estremiste: “Siamo scettici quando si tratta di fornire armi perché pensiamo che le armi possano cadere nelle mani sbagliate, cioè in quelle degli estremisti”. Di tutta risposta, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, ha ricordato che “la vendita di armi ai ribelli violerebbe la legge internazionale” in quanto questi ultimi rappresenterebbero soggetti non riconosciuti dallo Stato. Intanto lo statunitense John Kerry continua ad annunciare l’aumento dei finanziamenti ai ribelli dell’opposizione con “forniture militari non offensive” e con l’intento di portarsi dietro la decisione dell’intera Unione. La posizione finale sembrerebbe dunque sempre la stessa: applicare apparentemente una strategia economica al posto di quella militare. Infatti i paesi europei sono adesso autorizzati a comprare petrolio dalla Siria solo se col consenso della Coalizione Nazionale Siriana, controllata dalla stessa opposizione al governo di Assad. Si può dire che l’embargo esercitato stia già producendo i suoi effetti: la mancanza di carburante ha posto a dura prova il regime. Secondo una intervista della Bbc ad un investitore nel settore privato siriano, Faisal Al Qudsi le sanzioni applicate alla Siria ne stanno mettendo in ginocchio l’economia, bloccando di fatto il turismo e le esportazioni. Le voci che sono circolate circa un intervento americano si fanno via via sempre più consistenti, i senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham hanno dichiarato: “esisterebbero modi per armare i ribelli senza che gli Stati Uniti intervengano direttamente nel conflitto, in quanto, visto che Irak e Unione Sovietica stanno rifornendo di armi e mezzi l’esercito regolare siriano, altrettanto potrebbero fare gli USA (come per altro hanno già fatto) attraverso il canale degli Emirati Arabi. La guerra è implacabile. Le truppe del regime la settimana scorsa hanno bombardato uno degli oleodotti nella zona di Homs, ma di fatto l’operazione si è rivelata fallimentare in quanto questo impianto riforniva la stessa Damasco e tutto il sud della Siria. Oltre alla città di Homs sono state colpite la città di Hama teatro del “massacro” del ’82 e Zabadani già sotto il controllo dell’Esercito Libero Siriano. Il 3 maggio I ribelli siriani hanno colpito un deposito di combustibile e un velivolo a terra all'interno del perimetro dell'aeroporto internazionale di Damasco, causando un incendio domato dai vigili del fuoco. Nella città di Homs intanto, si succedono da giorni massicci bombardamenti ed è stato annunciato l’imminente arrivo di nuove truppe da Damasco. La situazione è drammatica soprattutto nell’area di Bab Amr dove si registrano, tra i bambini, molti casi di disidratazione a causa della mancanza di cibo ed acqua. A questo già desolante scenario si aggiunge il fatto si stia ricorrendo all’uso di armi chimiche insieme ad altri tipi di armi sperimentali che “sarebbero in grado di bruciare vive o incenerire le vittime”. Secondo Abdelsalam Ahmad Abdelrazzakm ex comandante dell’esercito siriano esperto di armi chimiche sono le forze del regime ad utilizzare gas nervini proibiti a livello internazionale, sotto la supervisione di esperti russi e iraniani. Contrariamente, Carla Del Ponte, membro del comitato ONU ha affermato: "Abbiamo potuto raccogliere alcune testimonianze sull'utilizzo di armi chimiche, e in particolare di gas nervino, ma non da parte delle autorità governative, bensì da parte degli oppositori, dei resistenti", almeno sulla base degli elementi resi finora disponibili alla Commissione Onu chiamata a indagare sulla guerra e sulla violazione dei diritti umani in Siria, commissione di cui la stessa magistrata svizzera è uno dei componenti più noti. Sul web sta girando questo atroce video prova : http://www.youtube.com/watch?v=qHRlC2LVQj0&feature=player_embedded Gli abusi vengono perpetrati sia dalle autorità siriane che dai gruppi armati di opposizione. "In Siria la situazione è ormai fuori controllo", così denuncia in un post nel suo blog “Ferri vecchi” Amedeo Ricucci, il giornalista della Rai finito per 11 giorni nelle mani del gruppo Jabat al Nusra, insieme ai colleghi ai colleghi Susan Dabbous, Elio Colavolpe e Andrea Vignali. I quattro reporter sono stati liberati lo scorso 13 aprile. "Tra i gruppi armati jihadisti e le brigate dell’Esercito Siriano Libero (ESL) – continua Ricucci – è in atto infatti una guerra esplicita per il controllo del territorio, condotta con brutalità e senza rispetto per nessuno, tanto meno per i giornalisti. Il nostro sequestro temo si inserisca in questa battaglia senza esclusione di colpi, villaggio per villaggio, che non risparmia nemmeno la popolazione civile". Intanto Israele incombe tornando a colpire questa terra già devastata Nella notte tra sabato e domenica l’aviazione israeliana ha bombardato per ore diversi obiettivi nei pressi di Damasco. La popolazione locale ha confermato che per ore il cielo sopra la capitale siriana è stato illuminato da ripetute esplosioni. Il raid, il secondo in pochi giorni, sarebbe stato condotto questa volta contro un centro di ricerche militari, a Jamraya, alle porte di Damasco, dove - secondo informazioni non confermate, ma neppure smentite nello Stato ebraico - i jet con la Stella di Davide avrebbero centrato e distrutto missili Fateh-110 in transito dall'Iran verso le milizie sciite libanesi di Hezbollah. Un'incursione che arriva a circa 48 ore da quella che, tra giovedì e venerdì scorso, avrebbe preso di mira un altro stock di missili. E che la Siria ha bollato, per bocca del vice ministro degli Esteri Faisal al Medad, come "una dichiarazione di guerra". Israele in risposta ha cominciato a rafforzare la sicurezza a ridosso del confine, con il dispiegamento - tra l'altro - di due batterie anti-missilistiche 'Iron Dome' schierate a protezione del nord del Paese e la chiusura dello spazio aereo nella zona, malgrado l'azione israeliana - rivelata da una fonte occidentale non identificata - non sia stata per ora confermata ufficialmente. Il ministro dell'Informazione siriano, Mahmud al Zubi, ha invece confermato tutto e ha detto che l'entrata in azione di Israele "apre la strada a tutte le possibilità": tanto che la Siria - secondo fonti di Damasco, citate dalla tv Almayadin, emittente iraniana vicina agli Hezbollah che trasmette da Beirut - avrebbe dispiegato a sua volta batterie di missili puntate verso il 'nemico sionista'. Da parte israeliana ha parlato per conto del governo solo il viceministro della Difesa Danny Danon: senza conferme o smentite riguardanti i raid, ha solo detto in un'intervista alla radio militare che "Israele sta proteggendo i suoi interessi e continuerà a farlo". Una strategia complessiva che sembra essere avallata dal presidente degli Usa, Barack Obama, il quale ieri ha giustificato in qualche modo l'alleato israeliano, affermando che questo ha il diritto "di proteggersi" dal trasferimento di armi sofisticate a "organizzazioni terroristiche come gli Hezbollah". L'Onu - di cui è stato invocato l'intervento - ha espresso tramite il segretario generale Ban Ki-moon "grave preoccupazione" e ha invitato le parti - precisando che le Nazioni Unite non dispongono ancora dei dettagli del blitz, e non sono in grado di verificare in maniera indipendente l'accaduto - ad agire con la massima moderazione.

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