21 Agosto 2019
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Venerdì, 15 Gennaio 2016 00:00

Immigrazione e Made in Italy, la ricetta per far ripartire l'economia del Bel Paese

La scenografia, a volte macabra, altre utopica, del Mar Mediterraneo è la stessa fin dai tempi degli antichi greci: una porta che conduce a mondi alieni e simili_ paradiso ed inferno

Scritto da  Michela Belli
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Nel globalizzato mondo del 2016, dove le persone girano libere al pari delle merci, questo ci spaventa. Gli attacchi terroristici di matrice pseudo islamica degli ultimi anni, ci hanno paralizzati nelle nostre paure. Dapprima abbiamo avuto paura di viaggiare, cancellando dai nostri itinerari mete fino ad allora predilette, ora invece, siamo terrorizzati all’idea di aprire le porte del nostro paese agli immigrati perché c’è chi grida che è proprio tra di loro, che si annidano i terroristi dell’ISIS.

Tutto questo è comprensibile. Questo non ci rende razzisti. Questo, più semplicemente, ci qualifica come persone non completamente informate sulla materia. Quella dell’immigrazione è una materia per certi versi insondabile, perché attiene l’essere umano, viaggia velocemente e si evolve ogni singolo giorno. Anche a livello di numeri (nella realtà vera dei fatti e non delle testate giornalistiche che annusano lo scoop), questi cambiano in continuazione, perché spesso, un richiedente asilo si muove in Europa e prova a fare richiesta di asilo in più paesi, pur non potendo. Gli immigrati, potrebbero essere un motore eccelso per far ripartire la nostra economia, alla stregua di quanto lo siamo stati noi nel mondo durante il grande esodo, eppure rischiamo di trasformare questa grande ricchezza in un’arma letale perché il nostro Paese, non riesce a creare professionalità adatte alla sua gestione e non esercita un potere normativo in campo di richiesta asilo che sia moderno e soprattutto flessibile.

Stiamo sprecando un’opportunità senza nemmeno valutarne le varie ipotesi di realizzazione. Quanti lavori ormai lasciati da parte? Realtà professionali che inspiegabilmente i giovani italiani preferiscono fare all’estero al netto di una stessa laurea: dal bar tender (addetto all’arte del cappuccino), a tutt’oggi lavoro più gettonato dagli italiani in Inghilterra, passando per lavapiatti fino alla manovalanza per raccolta di frutta e verdura nei campi. Gli italiani preferiscono farlo nelle farmers australiane, dove si prestano a regimi di lavoro al limite della legalità, per paghe ben al di sotto del minimo sindacale, solo ed unicamente, per il rinnovo di quella Visa che forse, un giorno, gli consentirà di restare in Australia a 15.000 km dalle loro famiglie. Analogamente, altri immigrati come i nostri, sono qui, in Italia, chiedono di rimanere per raccogliere quei pomodori che i nostri ragazzi vogliono raccogliere in Australia e noi, a differenza degli australiani, li chiamiamo invasori, quando potrebbero essere le risorse per far ripartire il vero Made in Italy, nell’agricoltura, nel pellame, nella sartoria e in tutti quei settori nei quali, noi italiani, non abbiamo voglia di lavorare. In fondo, ogni storia è una vita ed ogni vita merita una chance. Questo è tutto ciò che dovremmo ricordare quando ci capita di vedere un profugo raccogliere i pomodori nei campi. Ma l’integrazione esiste? La risposta è molto complessa. Certo, se guardiamo a paesi come gli Stati Uniti o l’Australia, sembra che l’integrazione non solo sia possibile, ma sia già una realtà. New York City, il crogiuolo dell’umanità. Sidney, una metropoli in cui si parlano 200 lingue diverse.

Noi, siamo in Europa unita e non ci riconosciamo come popolo, dirò di più nella nostra stessa Italia siamo in contrapposizione tra borbonici, leghisti e capitolini e condividiamo cultura, storia e lingua! Verrebbe da pensare, che l’integrazione esista al di fuori dei nostri piccoli confini nazionali. Eppure non è del tutto vero. Durante l’epoca della tratta degli schiavi, nel porto di New York, oltre ad irlandesi, inglesi, tedeschi in cerca di fortuna, arrivavano (contro la loro volontà) 5.000 africani al giorno, i quali vivevano, quando non di proprietà di un bianco, nei ghetti degli schiavi in condizioni disumane. Nel giro di pochi decenni, questi africani sono diventati una realtà demografica importante al pari, e anzi più, di buona parte delle etnie europee presenti in America. Come loro, con loro e PER loro quegli stessi africani hanno combattuto la guerra di indipendenza americana e hanno contribuito (seppur in sordina) a stilare la carta dei diritti americana, quella stessa costituzione in cui si sancisce il diritto di ogni uomo ad essere felice e libero.

Gli Africani, hanno costruito in prima persona, insieme agli europei, la moderna America e però, a differenza degli europei, essi non sono mai diventati americani, ma sempre e solo afro-americani. Questo è sicuramente sintomatico di cosa sia l’integrazione. Siamo nel 2016, i neri non vivono più in segregazione, non esistono più le leggi razziali (non sulla carta), il voto di un nero vale quanto il voto di un bianco. Bianchi e neri sono totalmente uguali nei diritti e nei doveri eppure, gli Stati Uniti, vivono fortissime tensioni razziali. L’integrazione è apparente. I neri vivono e manifestano apertamente la black conscience con fervore, scendono in piazza e urlano alla Casa Bianca (dove risiede una famiglia nera, ancora per pochissimo) che le Black Lives Matter perché ancora ad oggi, la Polizia uccide i neri perché sono neri. Obama, il primo presidente nero sta per finire il suo ultimo mandato, Martin Luther King ci ha raccontato il suo sogno, Malcolm X ha combattuto con le black panthers e ha sdoganato l’islam nella cultura americana, i rapper dei ghetti sono arrivati nella bianchissima Malibù, la bandiera a stelle e strisce sventola fuori ognuna delle loro abitazioni, eppure, sono sempre i neri d’Africa.

Questa è integrazione? Questo non succede solo in territorio americano. Lo stesso accade, in ogni singolo paese del pianeta. Parigi conta più cittadini di seconda generazione delle colonie francesi in Africa che di francesi di matrice europea eppure, anche in questo caso, l’integrazione non esiste, non come la immaginiamo noi utopici idealisti. Tempo fa, parlando con un mio amico in viaggio a Parigi, mi sono sentita dire: “sì, Parigi è bellissima, ma non potrei viverci, perché ci sono beaucoup des noires, è peggio dell’Africa e molti vivono in condizioni pessime”. Era un ivoriano a parlare. Diceva che era assurdo lasciare l’Africa, rischiare la vita in mare e poi vivere in quelle condizioni. Mi piacerebbe dire che è una mosca bianca, ma non è così.

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