19 Giugno 2019
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Giovedì, 21 Gennaio 2016 00:00

Gay di buona volontà unitevi

“A meno che non siate italiani" lo ha detto Papa Bergoglio, se sei un gay di buona volontà, cioè un gay non sessualmente attivo, alla ricerca di Dio, nessuno potrà giudicarti.

Scritto da  Michela Belli
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Non è molto chiaro cosa ti accada qualora tu sia un gay che non dimostra buona volontà (ndr sessualmente attivo). Poco importa se nel resto dei paesi della Comunità Europea, i gay siano ormai equiparati, almeno nella legislatura, al resto degli esseri umani. L’Italia si pone davanti solo alla Russia di Putin e del Patriarca Kirill, il quale, ha paragonato l’atteggiamento di apertura ai diritti del mondo LGBT al pari delle leggi naziste frutto di un’ideologia (ndr quella della teoria del genere) e non della naturale morale umana. Seguono paesi nei quali le unioni omosessuali sono anticostituzionali, tra i quali Lituania, Bulgaria, Lettonia, Polonia, Slovacchia e Romania.

L’Italia però, come da tradizione, ha sempre rimandato la decisione, almeno fino al 2015 quando, siamo stati condannati dalla corte di Strasburgo, per la violazione all’articolo 8 della convenzione dei diritti umani, che regola il diritto al rispetto della vita familiare e privata di tutti, ivi compresi i gay. La legge Cirinnà del maggio 2016 arriva per colmare un vero e proprio vuoto normativo, con una breve, ma incompleta regolamentazione delle unioni civili, diverse dalle coppie di fatto in quanto formate da membri dello stesso sesso.

In questa legge, i matrimoni civili sono affiancati alle unioni civili, ma non sono equiparati. Nella loro natura intrinseca sono due istituzioni diverse. Infatti, mentre il matrimonio civile è definito, dall’articolo 29 della Costituzione italiana, come l’atto con cui due persone di sesso opposto, rendono pubblica la loro volontà di concretizzare una comunione spirituale e materiale di vita, l’unione civile, è definita “specifica formazione sociale” tra persone dello stesso sesso legate da vincoli affettivi ed economici, ma non vincolate da matrimonio. La regolamentazione ai fini fiscali, patrimoniali e di previdenza sociale è pressoché identica. Libera scelta tra comunione e separazione dei beni, riconoscimento dei diritti di successione. In entrambe le realtà è contemplato, in caso di separazione, l’assegno di mantenimento.

Nelle unioni civili, per l’impossibilità di adottare, non sono previsti gli alimenti. TFR e reversibilità sono riconosciuti, così come detrazioni fiscali per prima casa e familiari a carico. Le differenze sostanziali sembrano risiedere nella delegittimazione dell’impegno assunto. In tal senso, nell’unione civile, quest’ultimo, viene suffragato solo dalla dichiarazione di entrambi di volersi unire, basta che tale dichiarazione sia fatta al Comune, non è necessario sia quello di residenza, davanti all’ufficiale di Stato Civile. Ma soprattutto, nell’unione civile non vi è l’obbligo di fedeltà, peculiare del matrimonio civile. Vi è invece una forma di obbligo di assistenza morale e materiale e l’obbligo di convivenza.

È certamente un passo nella giusta direzione, quella cioè della legittimazione dell’essere umano e della sua inalienabile libertà di scelta e, sì, di certo sembra un altro pianeta se paragonato a paesi come il Gambia dove gli omosessuali sono condannati a morte e alla gogna pubblica o, la Nigeria, dove l’omosessualità è un reato punito con il carcere. Eppure i nostri stati amici, hanno tutti ormai abolito del tutto la differenza di sesso regolamentando, adozione e step child adoption. Anche la Germania, fino a giugno ancora lontana dall’adattamento dei diritti giuridici degli omosessuali, oggi ha dato l’approvazione finale ai matrimoni gay a sedici anni di distanza dalla convalidazione delle unioni civili. Sedici anni. Sedici lunghi anni durante i quali, ogni omosessuale italiano, ha visto lesi i più comuni diritti umani che a noi sembrano sottointesi: primo tra tutti uscire dall’anonimato.

Validare agli occhi di tutti la nostra famiglia, anche in un letto di ospedale, avere la banale certezza che nessuno potrà cacciarti dal capezzale di un compagno malato. Accudirlo, far valere il suo volere, finanche avere la possibilità di dargli l’ultimo bacio e accompagnarlo fin che morte non ci separi.

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