15 Dicembre 2017
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Mercoledì, 27 Settembre 2017 09:53

Malata o innamorata? Il razzismo alle soglie del 2020 nel Bel Paese

Quando una figlia deve spiegare il razzismo alla madre, allora ci troviamo di fronte al paradosso reale: quella madre, predica bene e razzola male, non contano le giustificazioni a posteriori.

Scritto da  Michela belli
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È quello che è successo in casa della prima cittadina di Monte San Savino, provincia di Arezzo, Margherita Scarpellini, sindaco PD, apre le porte della sua città all’accoglienza e chiude il portone di casa sua a doppia mandata quando scopre che la figlia, trentadue anni, insegnante di italiano presso un centro di accoglienza, si è innamorata proprio di un richiedente asilo.

La reazione, riportata in una lettera scritta di suo pugno da Francesca Testi (la figlia della donna in questione ndr) afferma che la madre le ha dato della malata e le ha detto che “quella gente andava solo compatita”. Alla pubblicazione della sua lettera su La Repubblica, nella rubrica tenuta da Concita De Gregorio, si è scatenato il solito siparietto alla italiana del tutti contro tutti, entro le ventiquattro ore, la ragazza ha fatto rimuovere la lettera dichiarando che questa, era stata strumentalizzata attraverso un sapiente uso di tagli e titoli forvianti e che sua madre non era affatto razzista come si voleva far credere.

La mamma sindaco, ha subìto un irreparabile danno di immagine, difficilmente verrà rieletta e, ancora più difficilmente, darà una reale possibilità a Jeff (il richiedente asilo, fidanzato con la figlia ndr) che, inconsapevolmente, ha distrutto con un bacio la sua carriera politica.

Sembra una tragedia shakespeariana e, invece, è quanto ancora accade nel 2017 in Italia. Altro che "Indovina chi viene a cena?".

Ma se anche a casa, una persona innamorata deve giustificare la sua scelta di amare una persona di un’altra razza, allora questa persona nel mondo appena fuori la porta di casa, cosa dovrà fare? Come dovrà difendere se stessa, il suo amore e la sua scelta di formare una famiglia, forse, con quest’altra persona? E resta in ogni caso l’amaro della domanda che ci ronza nel cervello: qualora quest’uomo fosse stato un ricco calciatore, la madre l’avrebbe davvero notato il colore della sua pelle?

Quello che però di questa storia avrebbe dovuto farci riflettere, non è tanto la questione privata, resa pubblica nel più squisito dei modi, come la cultura del trash di oggi ci richiede, quanto la questione del razzismo inconsapevole. Quella forma di razzismo che vive in molti di noi cresciuti in una società monoetnica che non riconosciamo assolutamente e che, anzi, rinneghiamo con risolutezza.

È come il test della bambola nera. Nel 2005, Kiri Davis, nel documentario “A girl like me” riprende un esperimento sociale già fatto nel 1954 ed evidenzia che, nella realtà dei fatti, ben poco è cambiato. Su ventuno bimbe di colore messe davanti a due bambole che si differenziano solo nel colore della pelle, ben sedici scelgono la bambola bianca affermando che “è bella, buona e carina”. La bambola nera, invece, viene descritta come cattiva, brutta, con un’accezione negativa insomma. Alla domanda "quale delle bimbe ti somiglia di più?"c’è addirittura una bambina che barcolla nel vero senso della parola, in un primo momento tocca la bambola bianca per poi rendersi conto che quella che le somiglia di più è quella nera.

Esistono una serie di forme populiste di razzismo che la nostra società illuminata (almeno così ci piace pensare) evita accuratamente. A meno che non ci si trovi al cospetto di un becero idiota o di un nichilista sarcastico (i due opposti come spesso accade, combaciano nella forma, ma non nel contenuto) non ci troveremo mai, infatti, di fronte ad esplicite limitazioni razziste a meno che non ci si trovi ad essere una donna extracomunitaria o lesbica incinta a Pontida, in quel caso, ci verrà fatto esplicito divieto, di usufruire dei parcheggi rosa, tuttavia, questo comune sentire del salvare la forma, non ci salva da una forma di razzismo più profondo perché, appunto, inconscia e strisciante. Quale madre con bambini extracomunitari in classe, non si trova a dover combattere contro l’ignoranza di alcuni, quando al primo caso di pidocchi, si addita il bimbo Rom? O ancora, quale madre non si trova a dover fare i conti con il libro nero dei birbanti in classe? I bambini non si pongono il problema della razza, sono i genitori a creare in loro il concetto di razza e di diversità. Quante volte ci è capitato di sentire, non sono razzista ma… ecco in quel piccolissimo ma risiede tutto quello di cui abbiamo bisogno per capire che, in quel momento, siamo di fronte ad una frase (non per forza una persona) razzista. Non esiste ma che tenga, semplicemente noi siamo tutti uguali ed è quel “ma…” che dobbiamo combattere, sempre.

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