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Martedì, 22 Marzo 2016 22:37

La speranza è l'ultima a...suicidarsi In evidenza

Aumenta la crisi, aumenta la disoccupazione e purtroppo aumentano anche i suicidi di chi non ce la fa più. I numeri che destano preoccupazione

Scritto da  Dino Scodellaro
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Notizie del genere ormai sono in tutti i telegiornali nazionali. Non si può più ignorare il fenomeno. Potrebbero classificarsi tra le "morti bianche" perché in qualche modo il lavoro c'entra, anzi c'entra di molto. Imprenditori, operai, disoccupati che si danno fuoco, si impiccano, si sparano, si gettano da viadotti. Suicidi che portano un unico comun denominatore: vittime della crisi. Il governo è sensibile alla questione, talmente sensibile che sulla disoccupazione proprio non ci mette le mani, anzi l'articolo 18 e la riforma del lavoro sembrano più trattati di propaganda usati nelle tigri del baltico ad inizio anni '90.

 

Giusto per rallegrarci, qualche dato sulla disoccupazione: nel 2015 in Italia le persone disponibili a lavorare, ma che non cercano un impiego perché convinte di non trovarlo sono diventate 2 milioni 897 mila, con un rialzo annuo del 4,8% (+133 mila unità). Si alternano tra casa (per dormire) e chiesa (per sperare nel miracolo). Essi perché basta pensare che la quota di questi inattivi di cui sopra rispetto alle forze lavoro è dell'11,6%, un dato superiore di oltre tre volte a quello medio Ue. Secondo l'istituto di statistica, nella media dello scorso anno le donne che appartengono a questo gruppo di inattivi corrispondono al 16,8% della forza di lavoro femminile, a fronte del 7,9% degli uomini. Continuano ad aumentare anche i giovani (15-24enni) che non cercano lavoro pur essendo disponibili a lavorare: dal 30,9% delle forze di lavoro giovanili del 2010 si passa al 33,9% del 2015. Coloro che non cercano ma vorrebbero comunque lavorare sono nel Mezzogiorno circa un quarto della forza lavoro, un risultato di oltre sei volte superiore a quello del Nord. Rispetto al 2010 sono più gli uomini che non hanno cercato un impiego, ma che desiderano e sono disponibili a lavorare. In generale, però, sei ogni dieci inattivi di questo gruppo sono donne: una su cinque non lo cerca per dedicarsi alla cura dei figli e dei familiari. Nel complesso, il 42,6% (circa 1,2 milioni) degli scoraggiati dichiara di aver rinunciato a cercare perché pensa di non trovarlo. Lo scoramento interessa in misura consistente sia gli uomini che le donne. L'incidenza degli scoraggiati sale fino al 47% nelle regioni meridionali, in cui alle minori opportunità d'impiego si affianca una maggiore sfiducia nella possibilità di trovare e mantenere un'occupazione.

 

D'altra parte, la mancanza di competenze specifiche da spendere sul mercato del lavoro alimenta un atteggiamento di rinuncia alla ricerca attiva: nel gruppo degli inattivi disponibili, gli scoraggiati sono la metà tra coloro che hanno conseguito al massimo la licenza media, un quinto tra i laureati. Questa folla di italiani delusi si va ad aggiungere ai 2,108 milioni di disoccupati: 1,114 milioni gli uomini, 993mila le donne, pari rispettivamente al 7,6% e al 9,6% della forza lavoro totale. Coloro che dichiarano espressamente di non cercare lavoro perché certi di non trovarlo sono 1 milione e 523mila. Complessivamente in Italia, dunque, c'è un esercito di cinque milioni che aspirano a un lavoro, con gli inattivi che superano i disoccupati e continuano a crescere, sia in Italia sia in Ue: tra il 2008 e il 2011, parallelamente alla consistente crescita del numero di persone in cerca di occupazione (+24,6% in Italia, +38,8% a livello europeo), si registra un aumento anche degli inattivi che sarebbero disponibili a lavorare (rispettivamente +10,4% e +17,1%). In rapporto alle forze di lavoro, il gruppo di inattivi è in Italia di gran lunga superiore quello Ue: l'11,6% in confronto al 3,6%. Peraltro, percentuali molto contenute emergono in numerosi paesi tra i quali Francia (1,1%), Grecia (1,3%), Germania (1,4%) e Regno Unito (2,4%). In quasi tutti i paesi dell'Unione europea, inoltre, le donne inattive disponibili, in rapporto alle forze lavoro, sono in numero significativamente più elevato rispetto agli uomini, ma nel nostro Paese il divario è più ampio: il 16,8% delle donne rispetto al 7,9% degli uomini (4,5% a fronte del 2,8% nell'Ue). Quando si dice "una donna di casa".

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