15 Dicembre 2017
RSS Facebook
Mercoledì, 27 Gennaio 2016 01:08

Articolo 18, a volte ritorna In evidenza

Il teatrino della politica rimette in ballo l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori

Scritto da  Dino Scodellaro
Vota questo articolo
(1 Vota)

Quando capita (e succede spesso, direi quotidianamente) di immergersi nella situazione politica italiana verrebbe da applaudire. Davvero! Degli applausi da spellarsi le mani per quanto è orchestrata bene, con un cast di prim' ordine, quella che sembra una fantastica pièce teatrale, con una trama, certo dai toni grotteschi, che ricorda un pò i personaggi del Fellini di "Roma", ma tutto sommato recitata bene, mai scontata e da un finale apertissimo. Quando si sente scendere una lacrima si capisce che non è perché ci si sta commuovendo ma perché si sta guardando un telegiornale e che quello che si sta sentendo è tutto vero. E' la situazione attuale del nostro paese, in particolare della politica del nostro paese, ed è qui che la rabbia prende il posto dell'ammirazione.

 

Si sente parlare ancora di articolo 18, ma com'è possibile? Andammo a votare qualche anno fa per questo dannato articolo 18 del quale molti non usufruiranno mai perché mai troveranno un misero posto di lavoro. D' accordo non fu raggiunto il quorum ma l'86,7% dei votanti votò per farlo rimanere quindi che senso ha rimetterlo in discussione? Votarono il 25,6% degli elettori, quindi seppur senza valore per non aver raggiunto il 50%+1 dei voti si può comunque tenere conto del parere di circa 15 milioni di cittadini. Scriveva Paolo Cagna Ninchi, presidente del comitato promotore del referendum sull’articolo 18 nel Giugno del 2003: "Non è stato raggiunto il quorum per rendere valido il referendum per estendere l’articolo 18 alle imprese sotto i 15 dipendenti. Un risultato reso più negativo dalla bassissima percentuale di partecipazione al voto (25,6%) e che non si può attribuire solo alla data catastrofica (scuole chiuse, caldo torrido visto che si votò il 21 maggio), all’oscuramento televisivo (il più massiccio dell’era televisiva), allo schieramento astensionista (da Fassino a Berlusconi, D’Amato, Fini e Bossi) pari a oltre il 90% dello schieramento politico. Il referendum che doveva essere dei cittadini è rimasto dei partiti e la discussione a cui i cittadini potevano partecipare (attraverso giornali e tv) riguardava esclusivamente problemi di rapporti tra maggioranza e opposizione e tra un pezzo e l’altro dell’opposizione e non il merito della questione posto dal referendum. In questo modo non si è creato un vasto movimento sociale che ne facesse, com’era, una battaglia di giustizia e di uguaglianza, quindi una battaglia di civiltà e insieme un’occasione per fermare la precarizzazione del lavoro e impedire l’attacco all’articolo 18 per chi ce l’ha ancora. Ma 10.800.000 cittadini hanno votato si all’estensione dei diritti nel lavoro. Questo dato è molto importante perché indica prima di tutto che il raggiungimento del quorum avrebbe significato una vittoria certa e che più di un terzo della popolazione che normalmente va a votare è a favore dei diritti del lavoro e di una società più giusta. Occorre tenere fermo questo dato per chi dovrebbe percorrere la via legislativa all’estensione dei diritti. Ma soprattutto occorre tenere fermo questo dato per chi ha sostenuto la battaglia dei diritti, per chi crede che in questa situazione anche lo strumento del referendum fosse un’occasione per invertire la tendenza a fare della precarietà la condizione normale del lavoro. A questi cittadini, al significato del loro voto, della loro partecipazione si dovrà pensare quando continuerà in Parlamento l’iter delle deleghe sul lavoro. Per loro noi non siamo pentiti di aver promosso il referendum e per loro ci impegniamo a continuare la battaglia per i diritti, insieme con tutti coloro che si sono impegnati per il si e che ringraziamo tutti per l’impegno profuso e a quali proponiamo di partire da quello che insieme abbiamo costruito per allargarlo, renderlo più forte per ottenere diritti e tutele del lavoro degni di un paese giusto e civile." Nel 2012 però la riforma Fornero modificò l’articolo contenuto nello statuto dei lavori offrendo di fatto meno chance ai licenziati senza giusta causa di essere reintegrati. Occorre però ricordare che la modifica è valida solo per le assunzioni dopo la data della riforma e non per i contratti che già preesistevano.

 

E nel frattempo, mentre nessuno tiene conto di tutto questo accaduto meno di quindici anni fa, si scalda la campagna elettorale per il rinnovo dei vertici di Confindustria.

Letto 532 volte

UltimeLeggi le altre notizie notizie

In nome della rosa al Bellini di Napoli

26 Novembre 2017
In nome della rosa al Bellini di Napoli

Erano anni bui. Anni laddove si finiva al rogo per eresia semplicemente perchè si era antipatici a qualcuno. Anni dove i potenti di una famiglia erano re, cardinali e papi; Imperava la Santa...

In nome della rosa al Bellini di Napoli

26 Novembre 2017
In nome della rosa al Bellini di Napoli

Erano anni bui. Anni laddove si finiva al rogo per eresia semplicemente perchè si era antipatici a qualcuno. Anni dove i potenti di una famiglia erano re, cardinali e papi; Imperava la Santa...

ILeggi le altre notizie nostri Partners

BannerLeggi le altre notizie AD Sense