15 Dicembre 2017
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Venerdì, 15 Gennaio 2016 08:22

Lettere eretiche, Epifania in carcere In evidenza

Due Lettere Eretiche di Paolo Izzo, uno spaccato del carcere di Rebibbia nel giorno dell'epifania durante la visita dei radicali

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EPIFANIA IN CARCERE

In greco antico il verbo epifàino significa “mi rendo manifesto”, da cui deriva il sostantivo epifàneia, che la Chiesa cattolica ha poi assunto per indicare l’apparizione della divinità di Gesù ai comuni mortali. Con una intenzione più laica, ho scelto proprio il giorno dell’Epifania per andare a visitare, insieme ad altri compagni, le madonne recluse nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, qualche volta persino con i loro piccoli cristi, dietro le sbarre fino all’età di tre anni e poi affidati a eventuali parenti. Rispetto agli anni scorsi, i Radicali hanno intensificato le visite nelle prigioni di tutta Italia, forse proprio per “rendere manifesto” che lo Stato italiano continua ad avere gravi problemi nella amministrazione giudiziaria e penitenziaria e che stavolta i Re Magi istituzionali non potranno limitarsi ai loro doni simbolici, ma inutili e alle solite buone intenzioni.

Le nostre richieste sono molto più ambiziose, appunto Radicali: cessazione immediata delle violazioni dei Diritti Umani e della irragionevole durata dei processi, amnistia e indulto, transizione verso lo Stato di Diritto e riconoscimento di un nuovo diritto alla Conoscenza. Forse non abbiamo molta speranza che si realizzino a breve, ma cerchiamo ostinatamente, come chiede spesso Pannella, di “essere speranza”.

 

DONNE

La prima che incontro percorre a passo di marcia il perimetro di un cortile, rossa in faccia, e inveisce al vento. La rom ha un bimbo in braccio e un altro le arriverà dal pancione che ostenta, sorridendo sdentata. Una signora chiede scusa per il disordine e mostra il suo bagno appena ristrutturato. Quella muscolosa e tatuata fa “il muratore", quella esile e austera fa la spesa e la porta a domicilio: la brasiliana ha imparato da loro a parlare italiano e lavora al caseificio. La vecchietta coi capelli argentati e la vestaglia rosa non cela un antico delitto, incastonato nello sguardo. La puttana ride forte, la tossica parla piano. Una si mette a gridare “ti amo”, perché l’ha raggiunta una voce di uomo, da fuori, da molto lontano. Un’altra si mette a piangere, senza un lamento. E poi c’è la signora con la divisa e occhiate per tutte, da sorella maggiore… Ma è l’ultima donna la più indecifrabile; quelle immagini si sono mischiate nelle sue pupille, ne conosce le storie, vive dentro ma fuori: è la direttrice. Uscendo dal carcere, con i compagni Radicali, penso a quelli che dicono “buttare la chiave” e mi torna in mente un verso di Vasco Rossi: “Sorridete. Gli spari sopra, sono per noi”.

Paolo Izzo

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