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Mercoledì, 30 Aprile 2014 13:47

Il Primo Maggio anomalo: festa da dedicare agli schiavi bambini In evidenza

Sono trascorsi centotrenta anni dalla proposta di istituire una giornata di festività per i lavoratori.

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Si era in America, pochi anni dopo le prime correnti associazionistiche di categoria e pochi anni prima del bagno di sangue in cui veniva repressa la manifestazione dei dipendenti ad Haymarket, Chicago.

Il seme lanciato avrebbe impiegato molti anni ancora, prima di germogliare. Ma la pianta avrebbe attecchito con solide radici, in ambiti geografici e culturali variegati. Dal secondo dopoguerra in poi abbiamo legato l'iconografia di questa festività ad ambiti partitici specifici, propri dei movimenti socialisti e comunisti. Con la complicità della diffusione del modello industriale Fordista e con la conseguente crescita della popolazione che, abbandonando campi e provincia, si aggrega nei grandi centri urbani per ispessire le fila dei dipendenti del settore secondario, il primo maggio muta la sua pelle per divenire “festa degli operai”.

Tale traslazione del senso non rappresenta, però, una contraddizione: originariamente lo spirito voleva essere quello di celebrare, ed insieme difendere, il lavoro dipendente, con un particolare occhio di riguardo alle categorie più deboli, numericamente vastissime ma contrattualmente molto marginalizzate; in quella fase storica le “tute blu” erano lo specchio migliore, per fermarsi e riflettere sul modello economico dominante. Basti pensare che persino il cattolicesimo (da sempre distantissimo dagli “ismi” di sinistra) decise, nel 1955 e per volontà di Pio XII, di integrare nel suo calendario tale data, istituendo la “festa di S. Giuseppe lavoratore”, proprio il primo maggio. Alla fine del XX secolo l'impronta connessa a questa celebrazione, però, si trasforma in un anacronismo.

L'industria si svuota, si delocalizza, e la classe operaia va, per davvero, in paradiso. Sulla graticola dell'inferno del mondo del lavoro, invece, si ritrovano i dipendenti del terziario, segmento precario per sua natura, e fertile terra di sfruttamenti e disagi. Sui manifesti che celebrano la ricorrenza, però, tardano a scomparire la falce ed il martello. I dipendenti del mondo dei servizi mancano di potere sindacale e spirito di classe, e stentano a riconoscersi come accomunati da uguali diritti e necessità.

Si ritrovano sotto il palco del mega concerto di Roma, dimentichi di aggiornare le loro bandiere ornandole di strumenti consoni ai lavori del tempo che vivono. Quest'anno, questo primo giorno del mese, canterò anche io. Non a piazza S. Giovanni, però. Quest'anno, questo primo giorno del mese, il mio sarà un canto conservatore. Voglio tornare alla episteme del senso della festa. Voglio tornare indietro di centotren'anni, e pensare a questa data come ad un momento per confrontarmi con le deformazioni più mostruose che il modello economico in cui vivo è in grado di produrre. Canterò del lavoro, e della sua ombra nera. Canterò di quelle mani che producono per necessità e senza alcuna possibilità di realizzazione personale. Canterò in vece di quanti vorrebbero cantare e sono legati, moderni schiavi inconsapevoli, alla zappa ed alla macchina. Canterò io, poiché a loro è negato. Canterò forte, perché è necessario che la mia voce superi i nazionalismi, le divisioni di partito, di religione, di interessi laterali ed occulti, travalichi montagne e mari.

Canterò di un lavoratore solo, che è ovunque ed in nessun luogo. E Voi, che ascoltate il mio canto, dovrete sempre sapere che quel lavoratore, così altro da chi siete e siete stati, avreste potuto essere Voi. Ha tra i sette ed i quattordici anni, la sua famiglia si compone di molti fratelli, abbastanza da non saperli numerare: sono duecento, forse trecento milioni; abitano in tutto il mondo, e sono molti lì dove la povertà è troppa; hanno tutti dovuto rinunciare agli studi ed al gioco, per aiutare in famiglia. Il mio primo maggio sia dedicato a tutti quei bambini costretti al lavoro, contro le leggi degli uomini e contro ogni legge dell'etica. Ne sentiamo parlare, spesso. E, spesso, dimentichiamo. Siamo agili, in questo.

Molto del nostro allenamento quotidiano è volto ad allontanare sguardo e memoria da quanto concepiamo come spiacevole. Spesso il nostro anestetico e la cura dalla indignazione sono forniti da un unico fattore: “tutto questo è distante, non mi riguarda”. Invece l'infanzia negata non è così lontana, e riguarda ogni singolo individuo. Per dimostrarvelo non vi costringerò a gite fuori porta, nei paesi del quarto mondo, ma vi guiderò in Italia, dove cinque bambini su cento si ritrovano lontani da campi di calcio e balocchi, e preoccupantemente prossimi a trattori, miniere e piccola manifattura. Cinque su cento, uno su venti.

Quanti sono i compagni di classe di vostro figlio? Se non avete figli, invece, potreste non capirmi. Allora facciamo così: restituitemi ogni sorriso ed ogni gioco infantile di cui avete memoria, ed in cambio io vi darò uno scalpello ed una schiena curva, rovinata dal troppo peso portato negli anni in cui l'unico peso a gravarci dovrebbe essere quello della gaiezza incondizionata.

Se non vi sembra un buon affare per voi stessi, come potete ammettere che questo accada per milioni di creature innocenti nel mondo?! Se non vi sembra un buon affare, unitevi al mio canto. Se progresso per i lavoratori deve essere, cantiamo insieme affinché lo sia primamente per chi lavora quando, invece, non dovrebbe.

Le nostre voci siano coro, potente e presente, affinché questo Primo maggio anomalo duri fin quando non sia più necessario. Sfileremo in corteo, per le piazze come in rete. Le nostre bandiere non avranno martelli né falci, ma solo un piccolo e tenero pelouche.

Buon Primo Maggio. A Voi ed alle vostre coscienze

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