20 Febbraio 2019
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Martedì, 11 Marzo 2014 19:47

Gli effetti psicologici della disoccupazione: che lavoro fai? e saprai che male soffri!

Gli anni che stiamo vivendo stanno generando il triste primato di tenere fuori dal mondo del lavoro una quantità di persone sempre crescente, per le quali trovare un’occupazione è un’impresa disperata

Scritto da  Paola D'Apolito
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La situazione oltre che drammatica desta non poche preoccupazioni. Cosa succede alle persone,sul piano psicologico,quando perdono il lavoro o non lo trovano? Come viene vissuto lo stato di inoccupazione da parte di quelle persone che si percepiscono come membri di diritto della popolazione attiva e che sentono di essere impossibilitate ad esercitare tale diritto? Pur esistendo un’ampia produzione scientifica sul piano delle discipline economico e statistiche, il livello delle conoscenze sociali sulla disoccupazione è ancora insoddisfacente. Sappiamo ancora poco, troppo poco, circa la quotidianità che vive l’inoccupato.

Dalle giornate accanitamente uguali l’una all’altra alla solitudine di una stanza cieca per chi ha persino smesso di cercare un lavoro perché scoraggiato. È, invece, di dominio pubblico e vivo negli occhi di ciascuno l’effetto tragico dell’insano gesto (non sporadico, purtroppo) allorquando l’angoscia semplicemente trafigge l’uomo. La disoccupazione dunque dà luogo a un circuito di stress crescente, tale da arrecare, in taluni casi, un danno psicofisico rilevante perché è una vera e propria malattia che porta con sé il danno irreversibile della perdita d’identità. Ed ecco che l’evento della perdita del lavoro e il periodo di disoccupazione influenzano l’incidenza di disturbi vari e possono comportare depressione, ansia, instabilità psichica e altri sintomi di stress (ipertensione,rischio elevato di patologia coronarica,insonnia,ecc.).

In questo stesso ambito possono rientrare indagini di tipo epidemiologico che riguardano la relazione esistente tra livelli di disoccupazione e i tassi di suicidio nella popolazione,le richieste di aiuto psichiatrico,

il consumo di alcool o di droghe anche in età adulta. Ma ci si chiede realmente, a livello istituzionale, come poter intervenire per attenuare le reazioni più gravi alla perdita del lavoro e per fornire occasioni di sviluppo delle abilità sociali ritenute più adatte a fronteggiare una situazione di crisi? Ci si chiede con quali mezzi e sistemi organizzativi sia possibile realizzare servizi di aiuto a livello locale, di comunità? Forse le risposte a queste domande semplici, al limite della retorica, sono rappresentate da un “no” categorico. Ciò accade perché la vita di tutti i giorni ha lasciato che si sostituisse una domanda all’altra con il perverso effetto che dall’una dipendesse la sorte dell’altra: così “chi sei?” lascia spazio a “che lavoro fai?”. L’attività lavorativa svolta, dunque, è un potente indicatore di molte qualità sociali. In altri termini, è l’informazione adulta per renderci “socialmente riconoscibili” nell’interazione. Così l’avere o il non avere un’attività lavorativa diviene potente mezzo per categorizzare le persone, ma non vi è ancora teoria sociale che abbia adeguatamente risposto alla più emblematica delle domande: “quanto vale l’Uomo?”.

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