17 Settembre 2019
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Venerdì, 08 Febbraio 2013 18:34

Intervista al Vesuvio: vulcano o montagna?

Nel dossier radicale "La Peste Italiana", pubblicato nel 2009, c'è un capitolo intitolato "Partitocrazia, dissesto idrogeologico, distruzione dell'ambiente". Il dissesto idrogeologico figlio del dissesto ideologico, felice sintesi coniata da Marco Pannella, che più e meglio di un trattato descrive il nostro Paese. Ne "La Peste Italiana" troviamo – e non poteva che essere così – un riferimento alla esemplare vicenda napoletana, la provincia più densamente popolata d'Italia con le sue due aree vulcaniche. Marco Pannella e i Radicali da almeno 30 anni si occupano e denunciano il "Rischio Vesuvio". Parlare del "Caso Napoli", parlare di "Rischio Vesuvio", significa parlare della malapolitica denunciata in film come "Le mani sulla città"; significa parlare di camorre partitocratiche e dell'incapacità di governare un territorio e di prefigurare il "nuovo". Quel "nuovo" che troviamo di certo nel documento che l'architetto napoletano Aldo Loris Rossi ha presentato a nome del Partito Radicale al recente World Urban Forum, tenutosi in quel di Napoli a settembre. Ferdinando II di Borbone a chi gli faceva notare che stava dando impulso all'inurbamento dell'area vesuviana rispondeva: "a ferma a' lava ce pènza San Gennaro".

Scritto da  Maurizio Bolognetti
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Marco Pannella, in un'intervista rilasciata a il Mattino nel 1992, parlando del Rischio Vesuvio dichiarava: "E' folle, criminale, imbecille non affrontare come priorità europea e italiana il fatto che 500mila persone sono state indotte dalla camorra partitocratica a vivere sul Vesuvio o sulle sue pendici". Loris Rossi nel sopra citato documento, intitolato "La crisi del Weltstadt e la "nuova alleanza" con la natura: verso l'era postconsumista", parlando di Napoli e delle sue due aree vulcaniche ha tra l'altro scritto: "Si continua ad ignorare che Napoli è chiusa tra due aree vulcaniche definite dalla Commissione Nazionale Grandi Rischi: "ad alto rischio permanente"! Nel caso di eruzione sub-pliniana sarà investita, ad oriente, un'area di 180 kmq; a occidente, di 150 kmq; se l'evento è pliniano (come a Pompei nel 79 d.C.) le due circonferenze di distruzione si sovrappongono su Napoli. La situazione è schi-zoide: da un lato, si fanno piani di evacuazione, dall'altro si costruiscono altri vani!". Lo stesso Pannella nel 2007, rivolgendosi all'allora premier Romano Prodi, affermava: "Noi viviamo in un territorio, l'area flegrea, il Vesuvio, che può tra 5 mesi o cento anni esplodere letteralmente, nessuno lo sa. Presidente, se siamo ancora in tempo, facciamo tesoro di questa minaccia. Supplico ognuno di voi perché si governi questa realtà che incombe". C'è da sperare che a Marco Pannella non tocchi una volta di più di dover indossare i panni del salveminiano "Profeta di sventure"; così come è auspicabile che un intero ceto dirigente prenda pienamente coscienza della spada di Damocle che incombe sulla testa dei napoletani e non ispiri la sua azione a Ferdinando II di Borbone, anche perché un antico detto recita: "aiutati che il ciel t'aiuta".

La scienza è unanime nell'affermare che "Il Drago" si risveglierà e occorre che al più presto si sani il divorzio tra scienza e politica e che si ascolti la voce di chi come l'architetto Loris Rossi predica la necessità di alleggerire il carico antropico di centinaia di migliaia di persone che oggi vivono su una polveriera. Oltre 20 anni fa, Pannella avvertiva che se non si fosse provveduto con urgenza ad unificare nell'area della "Grande Napoli" i servizi fondamentali, dai trasporti alla raccolta rifiuti, alla viabilità, "la criminalità camorristica" avrebbe rappresentato "l'unico ordine di fatto". Di certo "Il caso Napoli" è anch'esso emblema di quella "Peste" che stritola e soffoca questo paese, negando diritto, diritti, legalità, democrazia. E anche a Napoli troviamo conferma del fatto che "la strage di legalità ha sempre per corollario, nella storia, la strage di popoli". Maurizio Bolognetti

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